Il marketing ego-friendly



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Ecco una verità che mai nessuno vi ha rivelato: Youtube, Myspace, iPhone.. i nomi di questi prodotti e servizi hanno dei prefissi che mettono in evidenza “io”, “tu”, la persona, il singolo, l’individuo. Perché nel mondo di oggi, cari lettori, nel mondo del web2.0 i veri protagonisti non sono le aziende, ma i consumatori.

Bene, dopo aver preso a picozzate il fondo del barile della banalità – esplorandone delle vette mai raggiunte – siamo pronti ad analizzare un trend del Social Media Marketing che mette letteralmente al centro  della comunicazione l’individuo. Forse (anzi no, di sicuro) giocando anche sull’esibizionismo che ogni persona, bene o male, manifesta nella propria vita “social” e “digital”.

Lo spunto, come alcuni di voi immagineranno, nasce da una recente digital campaign di Intel, che ci trasporta tra le stanze di una mostra d’arte davvero particolare, interamente dedicata a noi stessi: The Museum of Me. (PS: il sito ci è stato segnalato da Vittorio Di Stefano, che abbiamo conosciuto allo YDL Milano!)

Ma prima di parlare del “Museo di Me”, voglio sciorinarvi alcune campagne che senza alcun dubbio fungono da antecedenti (tecnologici e creativi) a questa iniziativa:

  • La campagna di Discovery Channel per il TV show The Colony, con un’applicazione che accedendo ai nostri dati ci catapulta in un mondo fatto di panico post-attacco nucleare. La tecnologia usata, come nel caso di The Museum of Me, è Facebook Connect. In questo bel post del buon Daniele Ghidoli ci sono una serie di aziende che hanno saputo sfruttare brillantemente le potenzialità di questo tool (in quanto a esecuzione, la mia preferita rimane la Desperados Experience!).
  • The Wilderness Downtown, progetto partorito dalla rock band canadese Arcade Fire in collaborazione con il team di Google Chrome. Si permette agli utenti di inserire le coordinate geografiche del proprio luogo di provenienza, facendolo diventare parte di un contenuto interattivo che mischia video, audio e finestre pop-up, per mostrare le potenzialità delle tecnologie open web come HTML5.
  • The Swedish Hero, campagna svedese per sensibilizzare riguardo il pagamento del canone TV, molto vicina dal punto di vista concettuale al museo di Intel. Bastava caricare la propria foto su un sito per diventare delle star mondiali, all’interno di un filmato. 20 milioni di contatti in 3 mesi, successone su Facebook e Twitter. Anche se c’è stata una notevole dispersione del messaggio: poco dopo il lancio della campagna, solo 1 tweet su 20 relativo a Swedish Hero proveniva dalla Svezia (vero e unico target). Risultato: enorme visibilità mondiale all’agenzia DRAFTFC Sweden, ma risultati poco concreti in patria per l’ente di riscossione del canone TV svedese Radiotjänst. Se non ve la ricordate, ri-eccovi il video (in questa versione l’eroe è un simpatico pirata, non chiedetemi perché):

Ed ora veniamo a noi, al Museum of Me. Che altro non è se non un’applicazione che prende alcune foto ed alcune statistiche dal profilo Facebook, le inserisce in una confezione dalle fattezze pregiate, e ce la ripropone nello schermo del nostro pc, facendoci scendere sincere lacrime di commozione e assoluta necessità di condividere il risultato nel nostro profilo.

In realtà guardando il video non sono arrivato alle lacrime: va però riconosciuto che è un bel concetto, interessante ed intelligente, oltre ad essere ottimamente realizzato. E, come si diceva all’inizio, è fuori dubbio che lo stuzzicare l’ego degli utenti è sempre un buon metodo per attirare l’attenzione, senza urlare e senza dare la sensazione di perdere del tempo mentre si riceve un messaggio da un brand.

Come insegna la grande diffusione dei photomontage generator (ad esempio Write on It), l’illudersi per qualche secondo di essere stampati sulla copertina di un magazine, su un billboard pubblicitario, o addirittura di avere dei padiglioni di una galleria d’arte dedicati a noi, suscita delle emozioni positive. Curiosità, di sicuro. Forse può scappare un sorriso, e forse si può addirittura percepire una sottile e momentanea soddisfazione. E allora perché non condividerla con tutti su Facebook?

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The Museum of Me è una bella idea, volendo un’esperienza piuttosto intensa, nella quale siamo spettatori della nostra stessa vita. Ma poi arriva la chiusura, con un bel logo piazzato al centro dello schermo, che ci risveglia dal torpore nel quale la suadente musica ci ha cullato. Ricordandoci che, alla fine, si tratta comunque di un’azienda che vuole vendere un prodotto. E che nel frattempo ha memorizzato un po’ di dati che ci riguardano.

Guido Ghedin



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