Wazzap.tv: il social telecomando e le evoluzioni del settore secondo Luigi Gioni



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Wazzap.tv, definita dai suoi creatori come “il primo social-telecomando italiano del web”, è una guida completa alle Web TV in streaming e ai video on demand, che consente anche di navigare quanto visualizzato dai nostri amici Facebook e dagli altri utenti del portale.

Wazzap, che nasce come startup dell’incubatore Digital Magics in partnership con Kataweb e la Divisione Digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso, è disponibile anche in versione per iPhone. La TV tradizionale resta invece il punto di riferimento di ZapTV, frutto della collaborazione tra Wazzap e Kataweb.

Insomma, in ambito italiano, Wazzap rappresenta senza dubbio il primo esperimento di Social TV Guide. Ne abbiamo dunque voluto parlare con Luigi Gioni, co-fondatore e CEO della piattaforma.

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– Wazzap.TV è il primo esempio di Social TV Guide italiano: come funziona? 

Per prima cosa Wazzap ha iniziato cercando un rapporto formale con i principali player locali del video online, sia dello streaming, che dell’on demand free o premium. Ci siamo accorti che pochissimi broadcaster/player offrono API con cui ottenere la programmazione settimanale o i contenuti d’archivio all’esterno, sono anzi restii a fornirli, e per averli si devono costruire soluzioni tecniche ad hoc e stabilire rapporti diretti, questo solo per giungere ad aggregare e indicizzare il presente e un po’ del “futuro prossimo” di questa categoria di offerta.

– In cosa si distingue da esperienze come quella di Matcha e di yap.TV?

Semplicità prima di tutto. Offriamo per ora un set leggero, per un’utenza non “smanettona”. Un login basato su API Facebook, un motore di raccomandazione che fa leva sul network relazionale, oltre alla possibilità di effettuare share, like, commenti. Un elemento che differenzia Wazzap è l’aver mantenuto anche l’esposizione di una EPG, ovvero una guida TV tradizionalmente organizzata per “canale” e linea temporale. Questo perché esiste un’importante offerta in streaming, come ad esempio quella di RAI o StreamIT, Sky con Cielo, e perché aumentano anche gli eventi web puri in “unbundling” come il concerto di Vasco Rossi e i talk-show di Santoro che fanno registrare numeri importanti e che, se palinsestati, possono essere promossi adeguatamente. Iperbolicamente tutto ciò che è video-evento sul web, che ha una data e un orario di inizio, una durata e uno o più flussi video da recuperare e linkare, è per noi interessante da esporre anche con logiche di infografica da esplorare. Secondo noi la componente sociale non può essere genericamente mutuata da ciò che vediamo fare altrove, o meglio ha poco senso forzarne l’adozione se il contenuto offerto non le supporta. Ad esempio l’offerta di serie TV in lingua italiana non è comparabile con quella USA.

– Quali sono le principali differenze tra le due offerte?

Le serie TV vengono distribuite sul web con ritardi temporali che ne preservano la freschezza, coinvolgono moltissimo per la loro serialità, creano attesa sull’evoluzione e offrono innumerevoli spunti di conversazione e confronto tra fan. In Italia scarseggiano e non ci sono perfetti sostituti, tranne lo sport che vanta la “serie TV italiana più longeva”: il campionato di calcio. Un grande trend social è commentare in tempo reale un evento televisivo – il cui esempio più recente è stato #ilpiugrandespettacolodopoilweekend (hashtag un po’ lungo se abbiamo 140 caratteri a disposizione). Questo trend oltreoceano è essenzialmente legato all’uso di Twitter, in Italia però gli utenti sono ancora una minoranza. La maggioranza degli italiani usa in sua vece Facebook e in modo “improprio”. Rilasceremo con il contagocce funzionalità sociali evolute solo se creano valore, non abbiamo ansie da prestazione, ma da valore aggiunto, senza le risorse di Google il modello “fail to be big” non è imitabile anche se ci piacerebbe molto.

– Com’è nata l’idea di creare una Social TV Guide italiana?

L’idea è nata grazie alla collaborazione fra Digital Magics – l’incubatore di iniziative online di Enrico Gasperini - e la Divisione Digitale del Gruppo Editoriale L’Espresso, per iniziative di sviluppo comuni sul modello del corporate venture capital. Kataweb ha acquisito la tecnologia di Wazzap per sviluppare un sistema di organizzazione e valorizzazione della propria offerta editoriale. Il concetto è stato esteso a tutta la TV e Kataweb ha ampliato la propria offerta con TvZap, la tv-guide leader in Italia. Esiste anche in versione app gratuita per iPhone, ed è diventato il nucleo centrale del nuovo portale Kataweb.

– Wazzap.tv è la tua prima startup: che difficoltà hai incontrato? 

Nel 2000 avevo già fondato una piccola impresa internet. Ripresa e stampa digitale di album scolastici, come clienti oltre 200 scuole pubbliche italiane: lo “Yearbook digitale per la scuola”, all’americana. Facebook non c’era. Nonostante la formula imprenditoriale fosse piuttosto buona, abbiamo deciso con i soci di chiudere la società. Il problema qui in Italia è crescere, non nascere. Il sistema competitivo è bloccato, gli incumbent locali sono grandi localmente, ma non giganti globali. Sono finanziariamente potenti e difendono il territorio che controllano, per quanto una tecnologia possa aprire uno spazio competitivo, si può far crollare il terreno sotto i suoi  piedi per poi comprarla per pochi soldi o rubarne le risorse umane, succede di continuo. Diciamo che è un modello locale di corporate venture capital a rischio “zero”.

– Credi che ci siano possibilità di posizionamento per prodotti e proposte italiane nell’ambito della Social TV?

Il tema social TV è di certo interessante, ma mancano gli Hulu e i Netflix locali, la domanda di fruizione via “ip” di film e altro esiste eccome, a prezzi giusti non ci sarebbero problemi a incontrarla. Wazzap punta a valorizzare le transazioni, non tanto il traffico e la tabellare, perché se da un lato dobbiamo presto arrivare alla soglia dell’autofinanziabilità, dall’altro una startup che generi ricavi sulle sole entrate da tabellare viene valutata al massimo quanto fattura. Noi pensiamo che la direzione sia segnata da alcuni fattori consolidati: fruizione congiunta, unbundling del contenuto rispetto al canale o a pacchetti, riduzione progressiva del ritardo con cui contenuti di qualità arrivano sul web, effetto di popolarità dovuto a fattori diffusivi imprevedibili. L’industria dei videogiochi è cambiata significativamente, lo è stata quella della musica, sta cambiando anche quella della TV. La direzione è certa, i tempi meno.

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– Entrando nel merito di sistemi come GetGlue e Miso, cosa ne pensi dei meccanismi a check-in?

Il check-in è già diventato un “watched” per Facebook. Con l’introduzione della Timeline hanno clusterizzato alcune delle azioni ricorrenti degli utenti e quindi hanno giustamente introdotto questo action button. A mio avviso ci potranno essere usi interessanti del “check-in” per finalità promozionali di eventi web “live”. Livestream offre un bell’esempio che racchiude queste tipologie di contenuti, il problema in questi casi è il marketing. Un evento di piccole proporzioni deve far sapere della sua esistenza, ed incontra un limite nel fatto di non essere un evento ricorrente. Il check-in anticipato diventa uno strumento per tentare di ottenere popolarità pre-evento: se ben interpretata può essere capitalizzata, valorizzando l’opzione implicita contenuta. Il problema di Livestream però è paradossalmente il successo, mantenere il livello di servizio e non farne un disservizio al crescere del numero di utenti simultanei, non è banale. Ne è prova l’elegante RSVP di cui si sono dotati: in pratica, saggiamente, si compra banda a seconda delle prenotazioni ricevute.

Vedi altre evoluzioni nel settore, magari più interattive?

Altra evoluzione può essere quella di farlo diventare una forma di aggregazione di mini gruppi d’acquisto, i social sales: comprare ad esempio 200 copie di una serie TV, di un film o di un biglietto per un concerto. Un’evoluzione potrebbe essere quella di abbinare una forma di rewarding per i bravi contributori/promoter. Collezionare badge può essere in alcuni casi un’interpretazione di una gamification piacevole, ma in altri casi sembra una forzatura per analogia. A fidelizzazione avvenuta mi sembra corretto passare al remunerare sul serio, anche se il minimo, perché non se ne faccia un business, i fan-contributori più importanti. È crowdsourcing. Miso ci sta provando con il Sideshow Challenge a supporto della promozione della seconda stagione di Game of Thrones (di questo abbiamo ampiamente parlato in un precedente post, n.d.r.). Le serie TV di questo livello sono molto costose da produrre, ingaggiare al massimo i fan pre lancio dovrebbe consentire di gestire curve di caduta d’ascolto più morbide. Si vincono magliette ed esperienze esclusive, come ad esempio andare sul set. Niente di nuovo, ma dubito che l’esperimento sia clonabile per i Cesaroni: provate a partecipare.

– Tecnologie e comportamenti: per te la Social TV è la combinazione di entrambi o vedi sviluppi paralleli non necessariamente convergenti?

La tecnologia cambia i comportamenti, sempre. Mi permetto di scomodare il Fedro di Platone in cui Socrate racconta una storiella divertente sul dio Thot. Questi andò a tentare il Re Thamus con una technè nuovissima, dicendo che avrebbe amplificato la memoria e la saggezza del suo popolo, la scrittura. Thamus, che fesso non era, rifiutò. Perché? Come dice McLuhan le tecnologie amplificano quanto amputano, Thamus temeva che i lettori di libri avrebbero tentato di emulare in malo modo i veri saggi. Personalmente sono un “tecnoentusiasta”, ma forse solo perché ho una pessima memoria: 50 anni di TV ci hanno un po’ “rintronati” tutti, per cui ben venga una partecipazione sempre più attiva. Devo però dire che la complessità tecnologica con di oggi tende a escludere molte persone, e certe soluzioni (come il data-entry sulle connected TV di prossima uscita) hanno ancora il sapore del tentativo. Non esagero se dico che già molti hanno trovato complicato il passaggio al Digitale Terrestre. Resta la sensazione che la tecnologia “ip”, con l’avvento del social sia diventata irrinunciabile.

Quindi il social batte la TV di vecchia data?

Conosco diverse famiglie in cui, in caso di necessità, si rinuncerà all’abbonamento alla TV premium ma mai all’ADSL. Il combinato disposto dei trend tecnologici e di quelli sociali è affascinante: mi immagino che si possano costruire spettacoli più coinvolgenti per la parte di pubblico che possiede le qualità tecniche necessarie. Oggi non si compra più un LP, ma il singolo di successo, o una playlist. Penso che produzioni di intrattenimento vario, non in diretta, saranno progressivamente molto meno appetibili: il televisore sarà il monitor più grande che si ha in casa. Diventare social non significa portare Facebook dentro i nostri servizi, ma portare i nostri servizi dentro Facebook.

– Un occhio al futuro: quali novità saranno introdotte per Wazzap.tv nei prossimi mesi?

Approfondiremo il catalogo e la numerosità dei canali in streaming mettendo in EPG anche quelli che non hanno un programmazione continuativa, ma rilevante, realizzeremo l’app per connected TV e integreremo, come anticipavo, i flussi di commenti postati su diversi canali, ma riconducibili a un unico evento, infine, vorrei tanto che sulla carta stampata si cominciasse a vedere comunicata anche l’offerta video “ip based”. Ovviamente mi piacerebbe che fosse Wazzap il service a fornirla e vederla concretizzarsi deliziosamente profumata d’inchiostro fresco di stampa.

Emanuela Zaccone



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