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	<title>Young Digital Lab &#187; Social Media</title>
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	<description>Una tavola rotonda dedicata alla comunicazione al tempo del social Web</description>
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		<title>Libertà e censura: Twitter si sta tagliando le ali?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 13:02:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jessica Noguez</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi giorni è stato segnalato che Twitter censurerà alcuni tweets con l’obiettivo di affermarsi all’interno di alcuni stati senza libertà di stampa e/o paesi non democratici. Questo nuovo approccio, che Twitter ha reso pubblico nel suo blog ufficiale , [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7302" title="twitter censorship" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/twitter-censorship.png" alt="twitter censorship" width="463" height="357" /></p>
<p>Negli ultimi giorni è stato segnalato che Twitter censurerà alcuni tweets con l’obiettivo di affermarsi all’interno di alcuni stati senza libertà di stampa e/o paesi non democratici. Questo nuovo approccio, che Twitter ha reso pubblico nel suo <a href="http://blog.twitter.com/2012/01/tweets-still-must-flow.html">blog ufficiale</a> , prevede che l’azienda possa bloccare i tweets o gli utenti stato per stato.</p>
<p><span id="more-7300"></span>Quando ho letto questa notizia in internet, la mia reazione è stata molto simile a quella che ebbe di uno dei più celebri blogger egiziani <a href="https://twitter.com/#!/waelabbas">Wael Abbas</a> :</p>
<p><img class="aligncenter" title="blog censorship" src="http://www.youngdigitallab.net/wp-content/uploads/2012/01/blog-censorship1.png" alt="blog censorship" width="446" height="292" /></p>
<p>L’annuncio ha suscitato paura e controversie circa la possibile censura di un media che è stato utilizzato finora per promuovere la democrazia, per esprimere punti di vista e organizzare insurrezioni.</p>
<p><strong>La reazione globale è stata immediata</strong>: Reporters senza Confini hanno scritto una letter soprannominando la nuova politica “censura a livello locale promossa in collaborazione con le autorità locali e in accordo con la legislature locale, che spesso vìola gli standard internazionali sulla libertà di espressione.&#8221;</p>
<p>L’annuncio ha scatenato oltretutto un boicottaggio da parte di molti utenti di Twitter, in data sabato 28 gennaio. Alcuni hashtags come <a href="http://twitter.com/%22%20%5Cl%20%22!/search/#CensuraTwitter?q=%23CensuraTwitter%22%20%5Ct%20%22_blank">#censuratwitter</a> e <a href="https://twitter.com/%22%20%5Cl%20%22!/search/#twitterblackout%22%20%5Ct%20%22_blank">#twitterblackout</a> immediatamente sono diventati il trend in molti paesi.</p>
<p><img class="aligncenter" title="#twitterblackout" src="http://www.youngdigitallab.net/wp-content/uploads/2012/01/twitterblackout.png" alt="#twitterblackout" width="566" height="302" /></p>
<p>Ma la nuova policy avrebbe davvero permesso agli egiziani di organizzare le proteste utilizzando il servizio? Possono davvero questi cambiamenti danneggiare l’utilità di Twitter negli stati autoritari? Twitter è stato l’ala di libertà di espressione all’interno del partito della libertà di parola e la sua politica permissiva sull’utilizzo di pseudonimi ha reso il tutto davvero semplice per molti degli organizzatori delle proteste nel mondo arabo.</p>
<p>Pare che Twitter debba decidere se essere uno strumento di libertà di espressione che può essere usato per sfidare i governi o una normale azienda che obbedisce alla legge dei vari stati con l’obiettivo di fare soldi (crescendo nelle nazioni che praticano la censura, come ad esempio in Cina)</p>
<p>Per rendere possibile la nuova policy, l’azienda di San Francisco ha annunciate la sua alleanza con Chilling Effects (un progetto della fondazione Electronic Freedom, dell’Università di Harvard, Stanford e Berkeley, per citarne alcune).</p>
<p>La pagina <a href="http://chillingeffects.org/">chillingeffects.org</a> pubblicherà tutti i richiami che Twitter riceverà dai governi e dalle autorità per rimuovere i messaggi degli utenti.</p>
<p>Ma perchè Twitter, il social network che ha dato man forte alle rivoluzioni arabe, sta adottando questa tattica?</p>
<p>Per rispondere a questa domanda, chiediamoci: <strong>può Twitter ignorare la legge dei paesi in cui opera? </strong>Io non credo e credo non dipenda nemmeno da Twitter. Gli esperti di internet sanno che Google sta attualmente rimuovendo alcuni risultati di ricerca per ordini dei tribunali. Anche Facebook gestisce le richieste di rimozione di contenuti che sono illegali in alcuni stati, anche se non spiega cosa rimuove e qual è il motivo. Infine, anche YouTube può bloccare contenuti paese per paese. <strong>Le Internet companies si attengono alle regole del mondo reale e Twitter non può far eccezione.</strong></p>
<p>Twitter vuole estendere il suo business e i manager pianificano di aprire un ufficio in Germania, così che l’azienda possa imporsi come esempio su restrizioni che bandiranno contenuti a favore del nazismo. Non hanno scelta se vogliono aprire un ufficio internazionale.</p>
<p>A seguito dell’inizio delle polemiche, la fondazione Electronic Frontier (una realtà non profit internazionale votata alla difesa dei diritti sul digitale) affermò che l’annuncio di Twitter sarebbe stata una buona notizia in quanto avrebbe minimizzato la “censura” imposta dalle diverse leggi e norme degli stati.</p>
<p>Ma com’è possible? Twitter non filtrerà i tweet prima che essi vengano pubblicati (non è possibile dato che sono pubblicati circa 250 milioni di tweets al giorno). L’azienda semplicemente tratterrà il contenuto quando sarà necessario a causa di una richiesta legale e tale processo sarà sempre trasparente.</p>
<p>La parte migliore, dal mio punto di vista, è che cancelleranno il messaggio SOLO nei paesi che lo vietano. All’inizio, il blocco dei tweets avrebbe dovuto essere fatto globalmente, il che significava che se un regime autoritario domandava a Twitter  di rimuovere un tweet in un paese, questo avrebbe avuto impatto su tutti gli utenti nel mondo. Ora invece, Twitter può rimuovere quel determinato tweet in quel determinato paese, permettendo però al resto del mondo di leggerlo.</p>
<p>Twitter, come altre aziende che operano on line, è sempre stato obbligato a rimuovere contenuti che fossero stati illegali in un paese o un’altro (ad esempio, <strong>Twitter ha ricevuto più di 4 mila richieste di rimuovere link lo scorso anno</strong>, relativamente a leggi sul copyright negli Stati Uniti, DMCA). Allora, cosa è cambiato? La tecnologia e la trasparenza.</p>
<p>Per esempio: se qualcuno in Messico postasse un messaggio menzionando qualcosa di punibile con la galera, tale messaggio sarebbe bloccato e reso non disponibile per gli utenti Twitter in quel determinato paese, ma pur sempre ancora disponibile altrove. Oltretutto, gli utenti Twitter in Messico sarebbero avvisati che qualche cosa è stato rimosso. Un riquadro comparirà al suo posto: Tweet trattenuto. Questo tweet da @nomeutente è stato trattenuto in: Messico</p>
<p><img class="aligncenter" title="tweet withheld" src="http://www.youngdigitallab.net/wp-content/uploads/2012/01/tweet-withheld.png" alt="tweet withheld" width="486" height="75" /></p>
<p>La mia più grande preoccupazione è che Twitter non possa più essere uno strumento pro-democratico e pro-diritti umani in quei paesi governati da regimi dispotici. Twitter è diventato il più diffuso network per monitorare i cittadini. Ed è una piattaforma vitale per i cittadini che vivono in paesi dove il diritto di espressione è spesso bandito e la democrazia è debole, come ad esempio il mio paese, il Messico: pensiamo ad esempio a cosa la gente fa per <a href="http://www.youngdigitallab.net/social-media/twitter-and-geolocation-how-to-survive-in-the-mexican-drug-war/">sopravvivere alle guerre tra narcotrafficanti.</a></p>
<p>Tuttavia. Ci sono buone notizie. Twitter insiste che il suo sistema è un modo per promuovere la trasparenza a pieno titolo perchè:</p>
<ul>
<li>potrebbe diventare più facile per gli attivisti monitorare quale paese sta censurando i suoi cittadini grazie ai Chilling Effects.</li>
</ul>
<ul>
<li>se uno Stato domanda a Twitter di rimuovere un tweet offensivo, l’azienda ha due opzioni: conformarsi e bloccare quel singolo Tweet o utente in quel determinato territorio – lasciando comunque la possibilità di vederlo al resto del mondo – oppure rifiutare e prendersi il rischio che quel governo blocchi da solo Twitter per tutti i residenti in quel territorio. La prima opzione sembra essere migliore per gli attivisti…</li>
</ul>
<ul>
<li>Twitter dice ai suoi utenti  <a href="http://thenextweb.com/twitter/2012/01/27/worried-about-possible-restrictions-on-twitter-heres-how-to-get-around-them/">come aggirare i  suoi censori.</a> Ad esempio: gli utenti di Twitter sanno che l’azienda (Twitter) è in grado di localizzarli semplicemente controllando un indirizzo di Protocollo Internet dei loro dispositivi, fissi o mobili. Ma sanno anche che Twitter permette di gestire manualmente la propria localizzazione o di scegliere l’opzione “worldwide” (universale), permettendo così di scansare il blocco in toto. <strong>Un utente in Egitto può semplicemente impostare la sua location in “worldwide” e potrà vedere tutto. </strong></li>
</ul>
<ul>
<li>gli attivisti sono furbi e svegli: lo scorso anno in Libia i leader delle opposizioni utilizzarono messaggi in codice in siti di dating per evitare qualsiasi identificazione. Twitter non bloccherà un utente tutte le volte che un governo lo chiede. Gli attivisti saranno comunque in grado di comunicare con il loro network, tenendo in considerazione che i loro tweet non contravvengano la legge. Sono sicura che le persone riusciranno ad aggirare queste imposizioni! Secondo me, Twitter deve solo star attento a restare utile per i ribelli contro i governi repressivi.</li>
</ul>
<p>Non sappiamo cosa stia per succedere, possiamo solo immaginarlo: come farà Twitter ad applicare questa politica? Come faranno ad accontentare i regimi? Come faranno a reagire paese per paese?</p>
<p>Twitter è comunque un business e deve lavorare come tale. Come tutte le aziende, deve far più soldi (per ora, la loro revenue è di circa 150 milioni di dollari all’anno). E, per raggiungere questo obiettivo, Twitter deve aumentare la sua presenza e i suoi uffici in altri paesi. Twitter genera un’enorme quantità di dati ogni giorno e <strong>molti marchi e aziende sono desiderosi di pagare tali dati. </strong></p>
<p>L’azienda sta cercando di crescere e deve essere maggiormente riconosciuta da molte giurisdizioni, non solo negli Stati Uniti. È la verità: abbiamo nazioni differenti e legislazioni separate, e <strong>sta diventando molto faticoso pensare ad un internet globale</strong> e adattabile a tutti.</p>
<p>Jessica Noguez</p>
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		<item>
		<title>Social Media ROI: ne parliamo con Vincenzo Cosenza</title>
		<link>http://www.youngdigitallab.com/social-media/social-media-roi-ne-parliamo-con-vincenzo-cosenza/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 09:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emanuela Zaccone</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Social Media ROI non è solo una branca di ricerca che, per quanto recente, ha già visto tanti studi approfonditi e vari contributi editoriali (mai letto &#8220;Social Media Analytics: Effective Tools for Building, Interpreting, and Using Metrics&#8221; di Marshall [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7272" title="social media ROI" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/social-media-ROI1.png" alt="social media ROI" width="594" height="460" /></p>
<p>Il Social Media ROI non è solo una branca di ricerca che, per quanto recente, ha già visto tanti studi approfonditi e vari contributi editoriali (mai letto &#8220;Social Media Analytics: Effective Tools for Building, Interpreting, and Using Metrics&#8221; di Marshall Sponder?).</p>
<p>Social Media ROI è anche il titolo del libro di <a href="http://vincos.it/social-media-roi/" target="_blank">Vincenzo Cosenza</a>, edito da Apogeo e già disponibile in formato ebook (per il cartaceo dovrete aspettare il 22 febbraio).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7270" title="vincenzo cosenza" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/vincenzo-cosenza.png" alt="vincenzo cosenza" width="404" height="269" /></p>
<p>Vincenzo è responsabile della sede romana di <a href="http://www.digital-pr.it/" target="_blank">Digital PR</a>. Si occupa di monitoraggio delle conversazioni in rete e lo fa anche attraverso il suo blog <a href="http://vincos.it/" target="_blank">vincos.it</a>. Sue le ormai celebri <a href="http://vincos.it/2012/01/24/la-mappa-dei-social-network-nel-mondo-dicembre-2011/" target="_blank">mappe dei Social Network </a>nel mondo (basti vedere questo <a href="http://www.forbes.com/sites/bruceupbin/2012/01/27/world-map-of-social-networks/" target="_blank">articolo di Forbes</a>), e gli studi sullo stato della <a href="http://vincos.it/2011/08/29/la-blogosfera-italiana-2011-prima-parte/" target="_blank">blogosfera italiana</a>.</p>
<p>Con Vincenzo abbiamo parlato di anayitics e di tendenze digitali. Ecco l&#8217;intervista!</p>
<p><em>– Ciao Vincenzo. Sono stati scritti vari testi sul Social Media ROI e sulla ricerca di quello che viene considerato il Graal del Social Media Marketing: puoi dirci tre motivi per cui il tuo libro si distingue dalla produzione realizzata fino ad oggi?</em></p>
<p>Ciao! Ecco i motivi: anzitutto perché sul tema sono stati scritti solo un paio di testi. Questo è il primo libro in italiano e scritto pensando al contesto nazionale. Poi perché inquadra la gestione dei social media nel contesto più ampio dell&#8217;organizzazione aziendale, provando a <strong>superare una visione frammentaria che ho visto in molti manuali</strong> (ossia la gestione dei social media come attività  svolta da un gruppo e scollegata dal resto dell&#8217;azienda e dagli obiettivi di business). Infine perché è l&#8217;unico che descrive l&#8217;uso delle tecniche di social network analysis, ed entra nel dettaglio degli strumenti di analisi per singolo mezzo (Facebook, Twitter, Youtube, Scribd, ecc&#8230;), con screenshot inediti di realtà  italiane.</p>
<p><em>– Quali sono gli indicatori più importanti nella valutazione a posteriori di un&#8217;iniziativa Social?</em></p>
<p>Secondo me la questione della misurazione non va affrontata ex post, dopo aver svolto le attività in rete. Prima bisogna comprendere qual è lo spettro di metriche adottabili, poi, in base agli obiettivi aziendali, l&#8217;analista avrà l&#8217;arduo compito di scegliere quelle più adatte. Queste costituiranno il framework condiviso di misurazione che rappresenterà la bussola dell&#8217;intero programma di gestione dei social media in azienda, il modello di riferimento per comprendere se si sta agendo nel modo corretto o se c&#8217;è da correggere la rotta. Funziona così:</p>
<ol>
<li>si parte dagli<strong> obiettivi di business</strong> (esempio: ridurre i costi)</li>
<li>poi s&#8217;individua una<strong> metrica di business</strong> (esempio: ridurre il traffico del call center)</li>
<li>infine si sceglie<strong> la metrica social</strong> (esempio: percentuale di problematiche risolte attraverso i social media, sgravando il call center).</li>
</ol>
<p>– <em>Come evolveranno gli analytics? Pensi che si giungerà ad una convergenza delle varie misure secondo un indice unico? In tal caso, quale potrebbe essere il fattore unificante? Io direi una serie combinata di indici che determinino il variare della reputation dei brand in base al variare del loro engagement con i fan: una misura insomma dialogica prima che unilaterale. Tu che ne dici?</em></p>
<p>Difficilmente si arriverà ad un indice unico e condiviso. E da un lato lo spero, nel senso che è un’utopia voler ricondurre ad un solo valore l&#8217;intensità  la profondità  delle relazioni che si possono sviluppare in rete. Ciononostante ci sono spinte in tal senso da parte di Klout, Kred, PeerIndex, ecc.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7276" title="kred" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/kred.png" alt="kred" width="542" height="244" /></p>
<p>– <em>Social Network Analysis: un analista sa che i dati quantitativi sono poca cosa senza l&#8217;introduzione di un criterio di tipo qualitativo. La conoscenza dei cluster di utenti intorno a determinati topic e l&#8217;individuazione di influencers giocano un ruolo importante nel ridefinire l&#8217;efficacia delle azioni di comunicazione. </em><em>Tu sei un esperto nell&#8217;osservare e disegnare questo genere di reti: come pensi che vadano integrate e gestite queste informazioni in un modello di analisi del brand?</em></p>
<p>Penso sia fondamentale per le aziende capire la rete e i suoi abitanti, partendo da un approccio analitico quantitativo e qualitativo. Nel testo spiego proprio come <strong>alcune aziende italiane hanno iniziato ad usare la social network analysis</strong> sia prima di svolgere un&#8217;azione di marketing/pr che successivamente per capire quali attori/hub hanno diffuso il messaggio.</p>
<p><em>– Content curation: quanto valore potrà  portare ai brand e che genere di evoluzioni pensi che possa avere?</em></p>
<p>Le persone in rete sono interessate ai contenuti, dunque per le aziende è fondamentale imparare a far emergere e curare i contenuti relativi al proprio universo valoriale. Anche se aumenteranno i tool a supporto di quest&#8217;attività – sulla scia del successo di <a href="http://storify.com/" target="_blank">Storify</a> – la content curation è un&#8217;attività che richiede tempo e risorse. Spero che le aziende non si scoraggino, com&#8217;è successo con i corporate blog.</p>
<p><img class="aligncenter" title="world map of social networks" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/world-map-of-social-networks.png" alt="world map of social networks" width="535" height="377" /></p>
<p><em>– Previsioni per il 2012: so che ne hai già fatta qualcuna sull&#8217;evoluzione e gli usi di Facebook, dei blog e dei Social. Vuoi farci una sintesi?</em></p>
<p>Difficile fare previsioni, ma vedo tre elementi da considerare:</p>
<ul>
<li>la maggior parte delle persone <strong>non usa tanti strumenti</strong> per condividere le proprie attività</li>
</ul>
<ul>
<li>la tendenza verso <strong>un mercato fatto di pochi grandi player</strong>: Facebook e Google in primis. Con Twitter e LinkedIn che provano a ritagliarsi una fetta di attenzione</li>
</ul>
<ul>
<li>l&#8217;<strong>assottigliarsi dei budget</strong> che spingerà le aziende a scegliere dove concentrare i propri investimenti. Sicuramente altre piattaforme nasceranno, ma faticheranno per emergere e superare gli ostacoli suddetti.</li>
</ul>
<p><em>– Grazie Vincenzo!</em></p>
<p>Siete d’accordo con lui? Come considerate lo status attuale degli analytics? Parliamone qui&#8230; o su Twitter: ci trovate su <a href="https://twitter.com/#!/YoungDigitalLab" target="_blank">@YoungDigitalLab</a>, <a href="https://twitter.com/#!/Zatomas" target="_blank">@Zatomas</a> e naturalmente <a href="https://twitter.com/#!/vincos" target="_blank">@Vincos</a>.</p>
<p>Emanuela Zaccone</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il lato social della beneficenza</title>
		<link>http://www.youngdigitallab.com/social-media/il-lato-social-della-beneficenza/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 09:51:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Masoero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[  Oggi via web si interagisce, si consumano contenuti mediali, si fanno acquisti, si guardano partite di baseball e incontri di box. Ci si diverte, si espongono le proprie opinioni, si celebra il proprio egocentrismo. Poco a poco, tutte le attività [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <img class="aligncenter  wp-image-7252" title="social media charity" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/social-media-charity.png" alt="social media charity" width="500" height="313" /></p>
<p>Oggi via web si interagisce, si consumano contenuti mediali, si fanno acquisti, si guardano partite di baseball e incontri di box. Ci si diverte, si espongono le proprie opinioni, si celebra il proprio egocentrismo.</p>
<p><span id="more-7170"></span></p>
<p>Poco a poco, tutte le attività che normalmente svolgiamo offline<strong> hanno trovato il loro contraltare telematico</strong>. L’unica cosa che ancora non si riesce a fare online è mangiare, ma siamo sicuri che si troverà presto soluzione anche a quello.</p>
<p>Intanto, potete contribuire a combattere la fame nel mondo, insieme a parecchie altre azioni di aiuto, solidarietà e partecipazione no profit. Anche la beneficenza è insomma sbarcata a tutti gli effetti nei Social Media, e la cosa non sorprende.</p>
<p>Sì, perché il mondo va in questa direzione. Esistono aziende (come <a href="http://www.youngdigitallab.com/case-history/come-proteggere-le-proprie-idee-con-i-social-media-il-caso-toms-vs-bobs/" target="_blank">TOMS shoes</a>) che hanno basato un intero business model sul concetto di <em>charity</em>: ogni volta che si acquista un prodotto si fa automaticamente beneficenza.</p>
<p>E ci sono anche i casi negativi, ovvio: esempi di <em>greenwashing</em>, ossia &#8220;pulire&#8221; la brand perception con buone azioni. Abbiamo già affrontato casi di grandi brand che scelgono vie <a href="http://www.youngdigitallab.com/case-history/un-dollaro-per-ogni-facebook-fan/" target="_blank">un po&#8217; troppo facili</a> per mostrarsi magnanimi.</p>
<p>Ma rimangono molte le occasioni per fare del bene nel proprio piccolo; e direttamente dal proprio laptop, smartphone o tablet. Oggi vi proponiamo alcuni esempi interessanti.</p>
<p>Iniziamo da <a href="http://www.infinitefamily.org/">Infinite Family</a>, un servizio di video mentoring fondato da Amy Stoke (qui sotto) che ha raggiunto una grande visibilità. Al punto vedere Amy candidata per CNN Heroes, il programma che ogni anno mette in luce e finanzia i migliori progetti sociali e caritatevoli.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7257" title="Infinite family" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/Infinite-family.jpg" alt="Infinite family" width="491" height="277" /></p>
<p>Come funziona? Dopo aver seguito un corso di formazione (online, ovviamente) i volontari fissano dei video appuntamenti per chiacchierare a distanza con bambini e adolescenti africani orfani. I ragazzi vengono quotidianamente coinvolti in sessioni di video chat, durante le quali gli adulti cui sono stati associati danno loro consigli, conforto, affetto.</p>
<p>Il volontariato si trasforma così in qualcosa di sicuramente più estemporaneo, ma la sua importanza ed efficacia restano intatte. Inoltre, in questo modo, <strong>il social network viene riportato alla sua origine primaria</strong>: rete di supporto sociale, da un individuo all’altro.</p>
<p>Un altro esempio è <a href="http://www.sparked.com/">Sparked</a>. Qui un network di professionisti in ambiti di tipo diverso (manager, creativi, designer, ingegneri) possono dare idee e consigli, ma anche realizzare – a titolo gratuito – contenuti per associazioni e gruppi no profit che non possono permettersi di pagare consulenze o aiuto professionali. Si tratta di un micro volontariato, temporaneo e web based.</p>
<p>I task sono diversificati per ambito, e si può ricevere una newsletter settimanale e vedere quali sono le varie necessità, o effettuare una ricerca sul sito, per capire dove e come il proprio know how potrebbe servire agli scopi di una giusta causa.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7258" title="Sparked" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/Sparked.png" alt="Sparked" width="515" height="275" /></p>
<p>Visto il suo approccio molto business-oriented, Sparked ha una integrazione non solo con i principali social network, ma anche con Linkedin. Inoltre, il progetto ha il gigante Kraft Foods Inc. tra i featured customers (le aziende possono infatti promuovere la piattaforma tra i loro dipendenti).</p>
<p>Passiamo ora a <a href="http://www.goodsearch.com/goodshop.aspx">Goodshop</a>, servizio che ben dimostra <strong>come fare del bene sia possibile anche quando ci si sta dedicando all’e-shopping</strong>. Goodshop è una piattaforma attraverso la quale gli acquisti fatti presso alcuni importanti retailer vengono associati ad una donazione che il retailer stesso fa ad una charity. Tra i retailer si possono menzionare Amazon, Apple, Best Buy, e JCrew, e moltissimi altri.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7259" title="goodshop" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/goodshop.png" alt="goodshop" width="336" height="335" /></p>
<p>Ogni utente registrato su Goodshop ha un suo profilo personale, e acquisisce importanza e status nella Good Community in base al numero di donazioni (cioè acquisti) fatte.</p>
<p>Infine Goodshop permette di tenere monitorato quanto donano per ogni acquisto o offerta tutti i brand che sono presenti nel sito e parte del network. Ad esempio, K-Mart dona il 2%, mentre Macy&#8217;s il 3 ed Expedia il 5%.</p>
<p>Il mondo delle charity è stato presto colonizzato anche da <strong>apps e on-line gaming</strong>, validi stratagemmi – in effetti – per avvicinare i giovanissimi a temi importanti.</p>
<p>Prendiamo ad esempio la <a href="http://itunes.apple.com/us/app/id449742726">app Snooze</a>. Si tratta di una vera e propria sveglia ma, ogni volta che si posticipa il risveglio, la app mette da parte 25 centesimi. E così, due volte al mese, il bottino di dollari accumulato tutte le volte che non vi siete svegliati subito può essere donato alla vostra onlus preferita.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-7256" title="snooze" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/snooze.png" alt="snooze" width="407" height="390" /></p>
<p>Lato giochi online, l’interfaccia di interazione è normalmente molto semplice e basica, si punta alla sostanza e non ai fronzoli. Non aspettatevi virtuosismi alla GTA: il gioco qui è soltanto un mezzo, non lo scopo finale.</p>
<p>Su <a href="http://www.freerice.com/">Free rice</a>, ad esempio, a ogni risposta giusta corrisponde una donazione di riso fatta al <a href="www.wfp.org/" target="_blank">Food Programme</a> delle Nazioni Unite. Mentre su <a href="http://www.charitii.com/">Charitii</a>, tutti i ricavati dei numerosi banner pubblicitari vengono devoluti a gruppi e associazioni ONLUS, come ad esempio <a href="http://www.charitywater.org/">Charity: water</a>.</p>
<p>Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti, le disponibilità e le inclinazioni. E volendo, dal lato azienda, si può dire anche che ce n&#8217;è per tutti i brand. Il lato buono della rete è tutto da scoprire, e sembra proprio che le occasioni non manchino.</p>
<p>Francesca Masoero</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una città a misura di App. Viaggio tra le start-up di Berlino – Parte 2</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Montemale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Seconda parte del nostro viaggio tra le start-up di Berlino. Riprendendo il discorso iniziato la settimana scorsa, Daniele Montemale ci racconta cosa sta succedendo nella capitale tedesca tra idee brillanti, milioni di dollari e milioni di utenti. La settimana scorsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7118" title="berlino start up" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/berlin-2.png" alt="berlino start up" width="460" height="330" /></p>
<p><em>Seconda parte del nostro viaggio tra le start-up di Berlino. Riprendendo il discorso iniziato <a href="http://www.youngdigitallab.com/social-media/una-citta-a-misura-di-app-viaggio-tra-le-start-up-di-berlino-parte-1/" target="_blank">la settimana scorsa</a>, Daniele Montemale ci racconta cosa sta succedendo nella capitale tedesca tra idee brillanti, milioni di dollari e milioni di utenti.</em></p>
<p><span id="more-7081"></span></p>
<p>La settimana scorsa abbiamo parlato di quello che sta succedendo a Berlino nell&#8217;ambito imprenditoriale: decine e decine di giovani imprenditori sono riusciti a mostrare il loro valore <strong>collezionando nel solo 2011 36 milioni di euro di investimenti</strong>. Abbiamo parlato del gigante della musica Soundcloud, della giovanissima Gidsy, di realtà particolari come Research Gate e di servizi quali Wimdu. Ma, come potrete immaginare, c&#8217;è molto altro.</p>
<p>Tra le start up che non possiamo non raccomandarvi c&#8217;è sicuramente <a href="http://www.twago.it/" target="_blank">Twago</a>, il marketplace online europeo per trovare freelance, che sta facendo molto bene anche in Italia.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7193" title="twago" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/twago.png" alt="twago" width="491" height="252" /></p>
<p>Fondata nel 2009 da 3 tedeschi tutti consulenti in Siemens, Twago è la piattaforma dove si incontrano professionisti per servizi che spaziano dalla programmazione al web design e alla grafica, fino alle traduzioni.</p>
<p>Come ci spiega <a href="http://www.linkedin.com/pub/silvia-foglia/13/752/300" target="_blank">Silvia Foglia</a>, Country Manager Italia – la start up ha deciso di trasferirsi a Berlino per diversi motivi. &#8220;Prima di tutto per il fatto che il costo della vita era nettamente inferiore rispetto ad altre città tedesche ed europee; inoltre erano alla ricerca di persone internazionali con le quali collaborare, in particolare madrelingua (italiani, spagnoli..) e Berlino era (e lo è ancora) fortemente multiculturale. Il tempo non ha fatto altro che confermare tutto ciò:  oggi è il luogo migliore per incontrare altre start up, venture capitalist, investitori, per fare networking e confrontarsi con altre realtà.”</p>
<p>Altra start-up sulla bocca di tutti qui a Berlino è <a href="http://www.6wunderkinder.com/" target="_blank">6wunderkinder</a>. Questi ragazzi (oggi non sono più solo 6) godono di un finanziamento di 4,2 milioni di $ da parte di Atomico, venture capital di Niklas Zennstrom, co-founder di Skype. La loro prima app, dal nome propiziatorio Wunderlist, è stata <strong>scaricata ben 1,6 milioni di volte</strong>.</p>
<p>I ragazzi però non finiscono di sorprendere; sta per essere lanciata la loro prossima app: Wunderkit, un social organiser semplice ed usabile – a “blend of a social network and online working space for the individual” &#8211; e sembra che a Berlino e tra i follower di SU tutti non vedono l&#8217;ora di scaricarla.</p>
<p>Per saperne di più prima che Wunderkit venga rilasciata, potete leggere <a href="http://siliconallee.com/editorial/2012/01/16/a-first-look-at-wunderkit-from-6wunderkinder" target="_blank">questo articolo</a>, o dare un&#8217;occhiata al tutorial:</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=dlzMjoD8sgg">http://www.youtube.com/watch?v=dlzMjoD8sgg</a></p>
</p>
<p> Jessica Erikson di 6Wunderkinder ci spiega il perché la start-up, che ha sviluppato l&#8217;app task manager che è cresciuta più velocemente nel mondo, abbia scelto Berlino come sede: &#8220;Crediamo davvero che <strong>negli ultimi anni Berlino sia diventata (silenziosamente ma velocemente) il punto principale per il software development in Europa</strong>. Centinaia di start up hanno aperto negli ultimi anni. La domanda è: cosa sta alimentando questa crescita? Credo che si tratti di diversi fattori, tra i quali un alto numero di:</p>
<p>1. studenti<br />
2. professionisti e creativi<br />
3. affitti a buon mercato<br />
4. imprenditori che si sono uniti in una forte community<br />
5. sviluppatori di software che vengono qui.</p>
<p>Oggi, nuove generazioni di aziende tedesche stanno guadagnando prestigio internazionale per la loro creatività, il loro <em>smarrì design </em>e per la loro elegante semplicità. Questa città significa tutto per noi di 6Wunderkinder, e faremo di tutto per attirare ancora più imprenditori qui.&#8221;</p>
<p>Una start-up che lavora in Augmented Reality da tenere d&#8217;occhio è <a href="http://www.upcload.com/" target="_blank">Upcload</a> che ha vinto nel 2011 il premio come <a href="http://www.deutsche-startups.de/2011/12/19/upcload-start-up-des-jahres/" target="_blank">Germany&#8217;s best start up</a>.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7194" title="upcload" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/upcload.png" alt="upcload" width="506" height="338" /></p>
<p>Upcloud promette di poter “misusare” in AR i vestiti che si vorrebbero comprare online, direttamente su se stessi. Si prendono le misure del proprio corpo una volta sola grazie ad una webcam ed il retro di un CD (per la calibrazione) e si potrà misurare qualsiasi cosa degli shop online che utilizzano UpCloud. Nata a Berlino nel 2010, è da Novembre 2011 in beta testing, e sarà lanciata nel mercato a Febbraio 2012.</p>
<p>Ma qual&#8217;è la start-up più hot di Berlino? Secondo il sondaggio indetto su Facebook dal sito <a href="http://www.techberlin.com " target="_blank">TechBerlin</a> è senza dubbio <a href="http://en.smeet.com/" target="_blank">Smeet</a>.</p>
<p>Smeet è un 3D social chat game che combina social gaming con interazioni sociali; può essere usato sia all&#8217;esteno che all&#8217;interno di Facebook. <strong>Con più di 15 mln di utenti e con quasi 450k fan</strong>, Smeet permette di far giocare gli utenti con i propri amici sia in modo sincrono che asincrono e permette di far conoscere nuovi utenti.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7195" title="smeet" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/smeet.png" alt="smeet" width="548" height="372" /></p>
<p style="text-align: left;">Smeet è anche una delle prime start up ad aver scelto Berlino come headquarter. Sebastian Funke, CEO dell&#8217;azienda, ci spiega: &#8220;Abbiamo scelto la capitale tedesca per le condizioni dell&#8217;area, con un costo della vita ragionevole ma ad una elevata qualità. Rispetto ad altre grandi capitali anche i salari a Berlino sono bassi, e questo è molto importante per le start up, perché i nostri fondi sono sempre molto limitati.&#8221;</p>
<p style="text-align: left;">E continua: &#8220;Oltre a questo, Berlino ha un ecosistema web molto sviluppato, che offre molti sviluppatori, professionisti del marketing, designer, investitori lungimiranti. <strong>Stanno succedendo un sacco di cose belle nella <em>tech scene </em>di Berlino</strong>. Centinaia di eventi che coinvolgono le start up ed offrono l&#8217;occasione di conoscere altre persone per scambiare idee ed esperienze. Inoltre, ci sono molte attività culturali e tanti ristoranti etnici a buon mercato. La città ha un fascino molto internazionale; per me Berlino ha tutte le caratteristiche adatte ad una start up.&#8221;</p>
<p style="text-align: left;">E se lo dice il CEO della Start Up più hot di Berlino&#8230;</p>
<p style="text-align: left;">È interessante notare tutti i servizi che sono stati sviluppati per coordinare e tenere unito questo universo in forte crescita: da <a href="https://www.facebook.com/groups/315611381811181/" target="_blank">Digitaly</a>, un gruppo Facebook privato di Italiani a Berlino, all&#8217;utilissima lista di venture capital, coworking space ed eventi <a href="https://www.facebook.com/groups/315611381811181/doc/318667148172271/" target="_blank">in città</a></p>
<p>Poi c&#8217;è <a href="http://siliconallee.com/" target="_blank">Silicon Allee</a>, un portale in lingua inglese con tutto quello che c&#8217;è da sapere sulle novità e le feste delle start-up a Berlino. Ed ancora <a href="http://berlinstartupjobs.com/" target="_blank">Berlin Startup Jobs</a> (il titolo spiega già tutto), oppure <a href="http://www.deutsche-startups.de/" target="_blank">Deutshce Startups</a> e <a href="http://www.techberlin.com/" target="_blank">Techberlin</a>, che probabilmente avrete già visto leggendo il post di venerdì.</p>
<p>E per terminare il nostro viaggio a Berlino, YDL vuole darvi un&#8217;ultima curiosità: le dieci start-up di Berlino, votate dagli utenti di Tech Berlin:</p>
<ol>
<li><a href="%22http://en.smeet.com/%22%20%5Cn%20_blank">Smeet</a> (658 voti)</li>
<li><a href="%22http://www.6wunderkinder.com/%22%20%5Cn%20_blank">6Wunderkinder</a> (326 voti)</li>
<li><a href="%22http://www.twago.de/%22%20%5Cn%20_blank">Twago</a> (281 voti)</li>
<li><a href="%22http://soundcloud.com/%22%20%5Cn%20_blank">Soundcloud</a> (270 voti)</li>
<li><a href="%22http://ezeep.com/signup%22%20%5Cn%20_blank">Ezeep </a>(169 voti)</li>
<li><a href="%22http:/">Tape.TV </a>(138 voti)</li>
<li><a href="%22http://www.wooga.com/%22%20%5Cn%20_blank">Wooga </a>(120 voti)</li>
<li><a href="%22http://www.researchgate.net/%22%20%5Cn%20_blank">ResearchGate</a> (120 voti)</li>
<li><a href="%22http://gidsy.com/%22%20%5Cn%20_blank">Gidsy</a> (109 voti)</li>
<li><a href="%22http://orderbird.com/%22%20%5Cn%20_blank">Orderbird</a> (94 voti)</li>
</ol>
<p>Ah, se avete un&#8217;idea da proporre e siete nei pressi di Berlino, vi consigliamo di iscrivervi al <a href="http://pitchinberlin.com/ " target="_blank">Pitch in Berlin</a>, organizzato da <a href="http://hackfwd.com/" target="_blank">HackFWD</a>. Scade il 10 febbraio. Presentatevi a Berlino il 10 Marzo.</p>
<p>Daniele Montemale</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una città a misura di App. Viaggio tra le start-up di Berlino &#8211; Parte 1</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 10:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele Montemale</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Daniele Montemale, da Berlino, ci racconta cosa sta succedendo nella scena delle imprese tech e digital. E perché la città sta diventando la California d&#8217;Europa. La Berlino del muro, quella senza muro, quella delle 19 metropolitane. Quella che un quinto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7096" title="berlino digital start up" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/berlin-1.png" alt="berlino digital start up" width="455" height="347" /></p>
<p><em>Daniele Montemale, da Berlino, ci racconta cosa sta succedendo nella scena delle imprese tech e digital. E perché la città sta diventando la California d&#8217;Europa.</em></p>
<p><em></em><em><span id="more-7010"></span></em>La Berlino del muro, quella senza muro, quella delle 19 metropolitane. Quella che un quinto di chi ci vive non è nato in Germania. La Berlino capitale, quella che se ci vivi e non parli tedesco comunque con l&#8217;inglese vivi sereno e ci lavori; la Berlino capitale dell&#8217;arte underground, della Techno e dell&#8217;elettronica. La città con il più alto tasso di disoccupazione del suo paese, la capitale europea più cool del momento e la più economica. Tra tutte queste Berlino c&#8217;è ne è una che si sta affermando in modo prepotente nel panorama europeo e mondiale: <strong>la Berlino delle Start up</strong>.</p>
<p>A Berlino ci sono più di 100 digital start up ed il numero continua a crescere, come le Venture Capital che continuano a venire in città (o ad aprire una propria sede) ed ad investire. Se nel 2009 si erano visti 48 milioni di euro di investimenti, <strong>nel 2011 le venture capital ne hanno investiti ben 136 milioni, in 81 start up</strong>.</p>
<p>Social network, e-commerce, social game, app, social app. Ma anche foto, real estate o video: non esiste settore dove una start up di Berlino non stia in fase Beta, o già attiva.</p>
<p>C&#8217;è <a href="http://www.zalando.it/" target="_blank">Zalando</a>, leader in Germania ed in Francia di vendita online di scarpe e abbigliamento, con sales revenues di 120 milioni di Euro nel 2011 solo in Francia. C&#8217;è <a href="http://www.sponsorpay.com/" target="_blank">SponsorPay</a>, che forte dei suoi 9,6 milioni di Euro di investimento, è oggi leader nella monetizzazione di giochi online, social app, mondi virtuali e naturalmente social network. O <a href="http://www.kaufda.de" target="_blank">KaufDa</a>, start up nata nel 2009 che aiuta gli utenti a trovare offerte o coupon gratuiti in prossimità di dove si trovino. Ad oggi, <strong>l&#8217;app si trova su ben il 15% degli Iphone tedeschi</strong>.</p>
<p>In Germania le leggi per il Copyright sono severissime: sembra davvero di stare in Cina! La Gema, la SIAE tedesca, blocca tutti i video musicali protetti da Copyright su Youtube e fa chiudere (o non li fa proprio aprire) siti di musica in cloud. Spotify qui non ha mai aperto, Grooveshark ha chiuso da pochi giorni.</p>
<p>Ma <a href="http://soundcloud.com/" target="_blank">Sound Cloud</a> – 10 milioni di utenti iscritti e 50 milioni di dollari di finanziamento questo mese e comunemente chiamato lo “Youtube della musica” – si è invece trasferita dalla Svezia a Berlino. Forse non ha grossi problemi con la GEMA: i contenuti caricati dagli utenti sono originali, o in creative commons.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7137" title="soundcloud" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/soundcloud1.png" alt="soundcloud" width="473" height="293" /></p>
<p>Sound Cloud – fondata nel 2007 dal sound designer Alex Ljung e il musicista Eric Wahlforss – è forse la start up più famosa di Berlino ed è riuscita, grazie al suo successo, a trascinare decine e decine di altre piccole imprese ad aprire o a spostarsi a Berlino.</p>
<p>Un&#8217;altra start up molto interessante è <a href="http://www.wimdu.com/" target="_blank">Wimdu</a>, un portale dove poter affittare qualsiasi tipo di appartamento o casa nel mondo. Nata da poco meno di un anno conta già più di 350 dipendenti. <strong>Il modo di viaggiare è cambiato, e loro promettono che ti faranno viaggiare “like a local”</strong>.</p>
<p><a href="http://www.wooga.com" target="_blank">Wooga</a> è invece una start up da ben 120 dipendenti – e presente in 28 paesi – che sviluppa Social games per Facebook, Goolge + e iOS. I numeri sono interessanti: 8 milioni di user giornalieri e 35 mensili.</p>
<p>Ci sono poi social network; come <a href="http://www.researchgate.net/" target="_blank">Research Gate</a>, focalizzato per il target specifico degli scienziati. E gli scienziati in questo SN sono già 1,3 milioni. Una volta iscritti, gli utenti/scienziati possono entrare e partecipare alle discussioni, <em>uploadare</em> e condividere ricerche e scoprire pubblicazioni. Trovare conferenze alla quale partecipare, e trovare o richiedere lavoro specializzato.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7094" title="researchgate" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/researchgate.png" alt="researchgate" width="481" height="326" /></p>
<p><strong>Ma perché Berlino sta diventando la capitale delle Start up? </strong>Quali sono i fattori che un giovane imprenditore considera per poter iniziare il proprio business in una determinata città? Lo abbiamo chiesto a qualche startupper, e sembra che tutti siano d&#8217;accordo su diversi fattori.</p>
<p>Secondo Malena Theele di Research Gate: &#8220;Abbiamo scelto Berlino perché incontra tutte le necessità di una start up. La città attira personalità sia creative che tecnicamente preparate, gli affitti sono bassi, la qualità della vita alta e i dipendenti facili da trovare. Inoltre, Berlino è estremamente internazionale e, secondo noi, sulla buona strada per diventare la prossima Silicon Valley.&#8221;</p>
<p>Per Edial Dekker, co-founder &amp; CEO di <a href="http://www.gidsy.com/" target="_blank">Gidsy</a> che abbiamo già auto il piacere di <a href="http://www.youngdigitallab.com/case-history/nuok-love-mimi-e-gidsy-le-opportunita-che-il-social-offre-al-local/" target="_blank">intervistare su YDL</a>: “Ci siamo spostati qui a causa dell&#8217;energia della città e della gente che ci vive. <strong>Se sei giovane, <em>hungry</em> e <em>foolish</em>, Berlino è il posto perfetto</strong>. Soprattutto ora, che la scena di Internet è tra le più elettrizzanti d&#8217;Europa.&#8221;</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7095" title="gidsy" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/gidsy2.png" alt="gidsy" width="570" height="370" /></p>
<p>Gidsy è un sito dove si possono trovare offerte per “esperienze uniche”, geolocalizzate e create dagli utenti. Come ad esempio un corso di cucina nella propria casa, o un tour per scoprire i graffiti della città in cui ci si trova in vacanza. Gidsy è attiva ad Amsterdam, Berlino, New York, San Francisco e Londra. Di recente questi ragazzi hanno ricevuto un<strong> finanziamento di 1,2 milioni di € da parte di Ashton Kutcher</strong> e <a href="http://www.deutsche-startups.de/2012/01/13/gidsy-ashton-kutcher" target="_blank">altre venture capital</a>. Potete seguire l&#8217;espansione del progetto su Twitter: <a href="https://twitter.com/#!/Gidsynews" target="_blank">@gidsynews</a>.</p>
<p>Per i ragazzi di <a href="http://www.eyeem.com/" target="_blank">EyeEm</a>, un&#8217;app che raccomanda agli iscritti posti ed eventi consigliati dagli altri utenti, &#8220;Berlino stessa è una start up. Caotica, un po&#8217; pazza, intensa, ma sempre in movimento verso la giusta direzione. È un miscuglio di persone creative da diversi settori che sta creando questo nuovo ecosistema, che avrà forte impatto sia sulla città che sull&#8217;intero continente, nei prossimi anni.&#8221;</p>
<p>Secondo Shermin di <a href="http://cinovu.com/" target="_blank">Cinovu</a> “In realtà non abbiamo scelto Berlino, ci siamo incontrati qui per caso, ed abbiamo deciso di dar vita alla nostra start up. <strong>Credo che Berlno attiri tante persone creative, è naturale che questo succeda</strong>.&#8221;</p>
<p>Cinovu è un&#8217;interessante piattaforma in beta test che promette di far incontrare filmmaker indipendenti, condividere i propri lavori quali documentari, animazioni, fiction o short movie e di poter monetizzare attraverso le visioni dei video. Potete seguire gli sviluppi della piattaforma su Twitter: <a href="https://twitter.com/#!/cinovu" target="_blank">@cinovu</a>.</p>
<p>Il nostro viaggio tra le start up Berlinesi non finisce qui. Ce ne sono ancora parecchie degne di essere menzionate (ed intervistate!). Per questo usciremo la settimana prossima con la seconda parte di questo viaggio virtuale nel cuore della Berlino digitale.</p>
<p>Daniele Montemale</p>
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		<item>
		<title>Social Media e politica: Berlusconi &#8220;scende in rete&#8221;</title>
		<link>http://www.youngdigitallab.com/social-media/social-media-e-politica-berlusconi-scende-in-rete/</link>
		<comments>http://www.youngdigitallab.com/social-media/social-media-e-politica-berlusconi-scende-in-rete/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:34:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Martha Burns</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;altro ieri, 26 gennaio 2012, esattamente diciotto anni dopo la sua discesa politica, Silvio Berlusconi, attraverso un audio messaggio sul nuovo portale del PDL – che come dice Bruno Sciascia, è “BELLO, interattivo democratico” – è sceso in rete. Dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7130" title="PDL social media" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/PDL-social-media.png" alt="PDL social media" width="478" height="303" /></p>
<p>L&#8217;altro ieri, 26 gennaio 2012, esattamente diciotto anni dopo la sua discesa politica, Silvio Berlusconi, attraverso un audio messaggio sul nuovo portale del PDL – che come dice Bruno Sciascia, è “BELLO, interattivo democratico” – è sceso in rete.</p>
<p><span id="more-7111"></span></p>
<p>Dal punto di vista comunicativo, il nuovo portale, dal quale si può accedere anche all’account <a href="https://twitter.com/#!/ilpdl" target="_blank">Twitter</a> ufficiale e alla pagina <a href="https://www.facebook.com/ilpdl" target="_blank">Facebook</a>, potrebbe rappresentare una pietra miliare del berlusconismo, se il leader del PDL e il suo staff si mostreranno capaci di intraprendere una strategia vincente anche sui social media.</p>
<p>Lo si è criticato per così tante cose che risulta anche superfluo nominarle. Dinanzi alla domanda “ma allora chi è che l’ha votato?” regna un silenzio tombale. Eppure la sue strategie di comunicazione politica (e marketing) hanno fatto storia, e vengono insegnate nelle università in giro per il mondo.</p>
<p>Se prendiamo in prestito la definizione del governo Berlusconi come “dittatura mediatica” (vedi anche <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/12/23/la-dittatura-mediatica.042la.html)" target="_blank">“La dittatura mediatica”</a> di Giovanni Valentini su Repubblica nel 2008) non possiamo evitare di guardare con un certo interesse il passaggio (e/o integrazione) dai media tradizionali ai Social Media. Perché il merito di Berlusconi è stato quello di essere là dove la gente è, di parlare un linguaggio che tutti potessero comprendere e di vendere, da bravo uomo d’affari, l’<em>Italian dream</em>.</p>
<p><strong>Amarcord. Discorso del 26 gennaio 1994: Berlusconi annuncia la discesa in campo</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=hiNm_pQGm_8">http://www.youtube.com/watch?v=hiNm_pQGm_8</a></p>
</p>
<p>Se proprio non avete dieci minuti per guardare il video, ecco alcune frasi salienti:</p>
<p><em>“È possibile farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili […] Vi dico che è possibile realizzare insieme un grande sogno: quello di un’Italia più giusta, più generosa verso chi ha bisogno, più prospera e serena, più moderna ed efficiente, che sia protagonista in Europa e nel mondo. Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano.”</em></p>
<p>Esulando dai contenuti, dalla <em>historia magistra vitae</em>, dalle recriminazioni eccetera, non si può non ammettere che si tratta di un piccolo capolavoro di comunicazione politica. Quanto meno, gli ultimi 18 anni hanno dimostrato che lo era.</p>
<p><strong>Il discorso 2012: Berlusconi scende in rete.</strong></p>
<p>Qui potete sentire i <a href="http://www.pdl.it/notizie/22107/audio-messaggio-del-presidente-silvio-berlusconi-per-il-lancio-del-nuovo-portale-pdl-it/il-nuovo-portale-pdl-it-quot-la-mia-discesa-in-rete-quot" target="_blank">3 minuti e 43 secondi</a> di messaggio.</p>
<p>Non potevano mancare le parole <em>libertà</em>, <em>democrazia</em>, (sempre l’<em>Italian dream</em>, no?) e naturalmente il trionfo dell’amore sull’invidia e sull’odio. In particolare la parola “odio”, sembra quasi banale, ingenua, eppure rappresenta una risposta chiara (caratteristica del linguaggio berlusconiano) a tutte le altre forze politiche, che più che fornire un ‘sogno alternativo’, si sono limitate a criticare l’ex primo ministro.</p>
<p><em>“Noi e internet, <em>a pensarci bene,</em> abbiamo parecchie cose in comune. La rete è un luogo di libertà, di ascolto, di dialogo con tutti anche con i nostri concorrenti. E qui d’ora in poi come abbiamo sempre fatto sapremo difendere i nostri valori di libertà e di democrazia anche qui riusciremo a far vincere l’amore sull’invidia e sull’odio.”</em></p>
<p><em></em>Molto interessante anche il <strong>riferimento ai nativi digitali, “nati con Forza Italia”</strong>, che quest’anno quindi diventano maggiorenni e votano:</p>
<p><em>“Oggi, dopo diciotto anni siamo qui ad annunciare la nostra discesa in rete convinti che la rete sia la nuova agorà un formidabile luogo di incontro. Siamo consapevoli che Internet è il mezzo migliore per entrare in contatto con i nostri giovani anche e soprattutto con coloro che sono nati nel 1994 e che quest’anno voteranno per la prima volta nella loro vita. Sono loro la generazione  nata con Internet e se permettete anche con Forza Italia. Grazie al nuovo portale che sarà un prezioso luogo di informazione e di dialogo, sono sicuro che riusciremo a farci capire da tutti anche dai più giovani per continuare a vincere.”</em></p>
<p><em></em>Il Berlusconi di oggi sta provando ad adattarsi alle nuove tecnologie (ricordiamo che <strong>il portale “si può seguire anche sul cellulare e sull’iPod”</strong>&#8230;), parlando non più (o non solo) ai cittadini-telespettatori ma (anche) ai cittadini-utenti, con la consapevolezza, ieri come oggi, che le battaglie politiche non si vincono con i programmi – chi è che li legge i programmi? – ma con una comunicazione efficace.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7132" title="twitter politica" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/twitter-politica.png" alt="twitter politica" width="481" height="569" /></p>
<p>I Social Media hanno avuto un ruolo estremamente importante nell’<a href="http://www.ninjamarketing.it/2011/06/14/referendum-il-meglio-delle-campagne-user-generated-sui-social-media/" target="_blank">ultimo referendum</a> e nelle <a href="http://www.ninjamarketing.it/2011/05/30/da-morattiquotes-a-dilloaobama-lironia-della-rete-sabbatte-sulla-politica/" target="_blank">elezioni amministrative</a>. Dalle #morattiquotes, passando per #sucate a #dilloaobama: l’ironia della rete si abbatte sulla politica e lui, da eccelso comunicatore qual è, non può non essersene accorto.</p>
<p>Del resto mister B ha già avuto spesso un ruolo da protagonista nel mondo del buzz negativo: appena comparirono i Tending Topic in Italia, il primo fu proprio #berlusconipedofilo (interessante anche la <a href="http://www.fanpage.it/twitter-abilita-i-local-trend-in-italia-e-gli-italiani-lo-bypassano-in-una-mattinata/" target="_blank">storia che sta dietro</a> a questo TT). Fino ad arrivare ad #aeiou e a tutti i tipi di esultanza che seguirono la caduta del governo, finendo più di una volta in TT worldwide.</p>
<p>Staremo a vedere se sarà anche pronto ad accettare il fatto che le dinamiche comunicative dei mezzi tradizionali sono completamente diverse da quelle del social web. Se in passato si è dimostrato maestro di eloquenza, <strong>oggi dovrà essere in grado di primeggiare nell’arte della conversazione</strong>.</p>
<p>Perché il casino vero con i Social Media (e con il Social Media marketing) è che gli utenti rispondono. O peggio ancora, che restano indifferenti. Per ora, infatti, a distanza di un paio di giorni la gloriosa “discesa in rete” non pare aver suscitato reazioni degne di nota&#8230;</p>
<p>Internet non è come la televisione, dopo tutto: qui non basta solamente &#8220;esserci&#8221;.</p>
<p>Martha Burns</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Il giorno che il porno incontrò i Social Media</title>
		<link>http://www.youngdigitallab.com/social-media/il-giorno-che-il-porno-arrivera-nei-social-media/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 09:31:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Ghedin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Ora, voi penserete che questo post sia un becero tentativo di attirare qualche visita in più; ma io vi garantisco che parlerò di argomenti (e case history) interessanti e pertinenti al tema Social Media marketing. Partiamo da una domanda da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7063" title="porno social media" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/sesso-porno-social-media1.png" alt="porno social media" width="509" height="423" /></p>
<p>Ora, voi penserete che questo post sia un becero tentativo di attirare qualche visita in più; ma io vi garantisco che parlerò di argomenti (e case history) interessanti e pertinenti al tema Social Media marketing.</p>
<p><span id="more-7052"></span></p>
<p>Partiamo da una domanda da un milione di dollari (o euro, che vale di più): che dimensione hanno il porno ed il sesso su Internet? E soprattutto, sono esperienze <em>social</em>?</p>
<p>Rispondiamo alla prima: nei primi anni del nuovo millennio volavano numeri alti. Agli albori della massificazione di internet si diceva che il 90% del traffico era dominato dal porno, ma mai nessuno è riuscito a produrre statistiche credibili. Di certo, prima dell&#8217;avvento dei social network, una fetta consistente del consumo Web era riservata all&#8217;intrattenimento a luci rosse. Bisogna anche dire che<strong> fino a qualche anno fa &#8220;navigare&#8221; era un esperienza privata, molto più da &#8220;asociale&#8221; che da &#8220;social addict&#8221;</strong>. Spero ne converrete con me.</p>
<p>Una ricerca di <a href="http://www.optenet.com/en-us/index.asp" target="_blank">Optenet</a> del 2010 asseriva che il 37% dei siti presenti nel WWW erano pornografici; la ricerca di <a href="http://www.OnlineMBA.com">Online MBA</a> che presentiamo qui sotto (sempre datata 2010) ci può forse dare un&#8217;idea più accurata del panorama. Nel mondo, il 12% dei siti sono porno; l&#8217;8% delle email hanno contenuti porno; il 35% dei download sono di natura pornografica.</p>
<p>E nonostante nel giro di 2 anni il Web sia cambiato spaventosamente, forse è proprio il caso di dare un occhio a questa infografica:</p>
<p><a href="http://www.onlinemba.com/blog/the-stats-on-internet-pornography/" rel="nofollow"><img class="aligncenter" src="http://www.onlinemba.com/images/internet-porn.jpg" alt="The Stats on Internet Pornography" width="500" border="0" /></a></p>
<p>Ok, ora abbiamo le cifre. Passiamo alla seconda domanda: il consumo di materiale pornografico coinvolge la sfera social?</p>
<p>Mentre <a href="http://www.telegraph.co.uk/technology/news/8952240/Sex-social-network-Badoo-has-1m-users-in-Britain.html" target="_blank">un terzo degli utenti inglesi di Badoo</a> ammettono di usare il social network con l&#8217;obiettivo di trovare un potenziale partner sessuale, scopriamo che su Twitter esiste un hub chiamato <a href="https://twitter.com/#!/pornstartweet" target="_blank">Pornstartweet</a> (con 50 mila follower) che riunisce tutti i profili delle principali pornostar attive nel micro-blog. Forse proprio Twitter – dall&#8217;utenza un po&#8217; più matura rispetto ad altri social network – potrebbe diventare il canale che permetterà al consumo di materiale pornografico di uscire dalla sfera strettamente privata, per diventare materiale di conversazione nella socialsfera.</p>
<p>Del resto, secondo voi è una vergogna seguire su Twitter un sito come <a href="https://twitter.com/#!/YouPorn" target="_blank">Youporn</a>? In molti non la pensano così: YP si ritrova infatti con 20 mila follower – tanti quanti ne ha il canale di customer service di <a href="https://twitter.com/#!/BofA_Help" target="_blank">Bank of America</a>, per dire. Tanti utenti, che hanno deciso di vedere cos&#8217;ha da raccontare la gigantesca piattaforma californiana, <strong>leader nel settore sel porno online gratuito</strong> e da un bel po&#8217; nella top 100 dei siti più visitati di tutto il Web (per essere precisi all&#8217;83esimo posto).</p>
<p>I contenuti sono&#8230; beh diciamo che sono curiosi. Per quanto divertenti ed effettivamente interessanti per il target (come gli ultimi update, con tanto di descrizione del video) i toni sono piuttosto sfacciati, con frasi e battute non certo degne di un salotto da té:</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-7054" title="social media integration" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/youporn.png" alt="social media integration" width="540" height="78" /></p>
<p>E non so quanto usato sia, ma nel sito, sotto ogni video, compare il classico pulsante Addthis, per condividere il divertimento con &#8220;gli amici su internet&#8221;&#8230;</p>
<p>Pian piano quindi,<strong> il consumo pornografico muove i passi verso la sfera del pubblico</strong>, del social, della condivisione di quella che, bene o male, è un esperienza che accomuna una grandissima parte degli utenti internet.</p>
<p>E per quanto riguarda invece l&#8217;atto sessuale vero e proprio?</p>
<p>Anche questo è un discorso che merita di essere affrontato. Tempo fa College Humor aveva ironizzato su un possibile &#8220;Foursquare del Sesso&#8221; (video qui sotto), e di recente il mercato ha provato che la cosa non era poi così assurda.</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=ncK78mMxsBU">http://www.youtube.com/watch?v=ncK78mMxsBU</a></p>
</p>
<p style="text-align: left;">Il governo svedese (e l&#8217;agenzia creativa <a href="http://www.esterstockholm.se/" target="_blank">Ester</a>) hanno infatti pensato ad una <strong>geniale applicazione online to offline </strong>per promuovere l&#8217;utilizzo dei preservativi tra i giovani del paese scandinavo. Ma non vi voglio anticipare nulla. Eccovi il video:</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Xw4DTcinBss">http://www.youtube.com/watch?v=Xw4DTcinBss</a></p>
</p>
<p style="text-align: left;">Ebbene si, si tratta di una campagna che integra tramite QRcode una mobile app, un sito web e l&#8217;atto sessuale vero e proprio. I risultati sembrano interessanti, e di sicuro l&#8217;intenzione è delle più nobili: creare delle statistiche interattive coinvolgendo e sensibilizzando i giovani su un tema del quale non si parla mai a sufficienza.</p>
<p style="text-align: left;">Una bella storia in un settore non sempre brillante: si pensi al clamoroso <a href="http://www.ninjamarketing.it/2011/11/27/fail-di-durex-su-twitter-per-una-battuta-sessista/" target="_blank">tweet di Durex</a>, che nell&#8217;account destinato al mercato sudafricano aveva superato il limite con una battuta terribilmente maschilista. Con tanto di (oramai classico) Social Media fail, seguito da scuse. Ecco il tweet:</p>
<p style="text-align: left;"><img class="aligncenter size-full wp-image-7055" title="durex" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/durex.png" alt="durex" width="408" height="139" /></p>
<p style="text-align: left;">Se devo essere sincero, quella di Condomo8 è un&#8217;idea fantastica. Non solo per l&#8217;interessante sviluppo dell&#8217;app, ma proprio perché mette il sesso (e l&#8217;importanza del sesso protetto) in una prospettiva diversa da quella che la tradizionale comunicazione promozionale di contraccettivi ci ha sempre mostrato, giganti del settore Trojan e Durex su tutti. Ossia la solita immagine sessista del maschio che fa impazzire la donna, o il puro terrore di contrarre malattie ed avere figli indesiderati.</p>
<p style="text-align: left;">Il video qui sotto riguarda una campagna Facebook (a target Brasile) per promuovere i preservativi Olla. Per quanto interessante dal punto di vista Social Media marketing, l&#8217;iniziativa punta proprio sul visto e rivisto terrorismo psicologico anti-figli:</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=GVtKx1I8DWo">http://www.youtube.com/watch?v=GVtKx1I8DWo</a></p>
</p>
<p style="text-align: left;">Condomo8 è invece un&#8217;applicazione intelligente, simpatica e (volendo) utile. E va verso una direzione che, a mio avviso, potrebbe essere seguita da altri. Ossia un&#8217;integrazione genuina, <strong>volontaria e non forzata</strong>, tra l&#8217;attività sessuale e gli strumenti che ogni minuto usiamo per comunicare cosa succede nella nostra vita.</p>
<p style="text-align: left;">Per chiudere: arriveremo un giorno a <strong>far entrare nella nostra vita sociale online i rapporti sessuali e (perché no) il consumo di entertainment pornografico?</strong> In fondo, sono tra gli ultimissimi aspetti della nostra quotidianità che ancora rimangono inviolati dall&#8217;invasiva scure di Facebook &amp; company.</p>
<p style="text-align: left;">Non voglio dire che me lo auguro, ma ho il presentimento che prima o poi succederà.</p>
<p style="text-align: left;">Guido Ghedin</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Lusso e fashion: l&#8217;engagement è la moda primavera-estate 2012</title>
		<link>http://www.youngdigitallab.com/social-media/lusso-e-fashion-lengagement-e-la-moda-primavera-estate-2012/</link>
		<comments>http://www.youngdigitallab.com/social-media/lusso-e-fashion-lengagement-e-la-moda-primavera-estate-2012/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 09:59:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Masoero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[È sempre più evidente come il mondo del lusso e dell&#8217;alta moda stiano – sempre di più – tentando di conquistare l’online. Ne abbiamo parlato da poco, analizzando alcune delle iniziative messe in piedi da Louis Vuitton (gruppo LVMH) ed alcuni altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6989" title="fashion luxury social media" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/fashion-luxury-social-media.png" alt="fashion luxury social media" width="468" height="348" /></p>
<p>È sempre più evidente come il mondo del lusso e dell&#8217;alta moda stiano – sempre di più – tentando di conquistare l’online.</p>
<p><span id="more-6909"></span></p>
<p>Ne abbiamo parlato da poco, analizzando alcune delle iniziative messe in piedi da <a href="http://www.youngdigitallab.com/web-strategy/lusso-ed-e-commerce-e-linizio-di-una-grande-storia-damore/" target="_blank">Louis Vuitton</a> (gruppo LVMH) ed alcuni altri top fashion brand per fondere l&#8217;esperienza di acquisto nel mondo reale a quella nel cyber world. Pur mantenendo ovviamente la loro caratteristica aura di esclusività.</p>
<p>Come appunto si sosteneva, <strong>molto spesso ciò avviene attraverso un approccio multipiattaforma</strong>, che non si limita a e-shop e azioni SNS, ma aggiunge valore e aspirazionalità all’universo <em>wired</em> del brand attraverso l’aggiunta di output creati ad hoc per implementare il potenziale del marchio da un lato, e la sua capacità e efficacia di relazione con gli utenti dall’altro.</p>
<p>Il tutto ovviamente senza dimenticare identità, filosofia e valori che – attraverso queste specifiche azioni – vengono sedimentati e aumentati in modo considerevole, oltre che molto efficace e immediato.</p>
<p>Dior, ad esempio, ha un forte appeal cinematografico: il celebre brand, oggi anch&#8217;esso del gruppo LVMH, è stato guest star in una serie di raffinati blockbuster made in USA, tra cui Sex &amp; the City e il recentissimo Midnight in Paris di Woody Allen. Grazie al product placement ovviamente.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6919" title="fashion product placement" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/fashion-product-placement.png" alt="fashion product placement" width="512" height="280" /></p>
<p>Ora la <em>maison</em> ha deciso di darsi alla <strong>realizzazione di veri e propri mini movies fruibili via web</strong>; dedicati alla Lady bag, i film sono tante variazioni sul tema della sensualità e del mistero che caratterizzano l’universo femminile e sono assolutamente patinati nello stile, nella fotografia, nelle location e nel cast, con la bella Marion Cotillard (attrice premio Oscar, nuova Marianne di Francia e, <em>ça va sans dire</em>, brand endorser di Dior) che contribuisce a rendere il tutto ancora più glam e registi come il grande David Lynch che ne aumentano il potenziale virale.</p>
<p>Di temi simili, ossia come le case di moda abbiano sperimentato spesso forme di produzione cinematografica destinata ad un consumo via web (rendendo 2.o anche il concetto di product placement), ne abbiamo parlato analizzando il <a href="http://www.youngdigitallab.com/case-history/mango-pionieri-del-product-placement/" target="_blank">caso Mango</a>.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6920" title="fashion digital marketing" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/fashion-digital-marketing.png" alt="fashion digital marketing" width="536" height="292" /></p>
<p>Il progetto di Dior va oltre, arrivando ad un livello di engagement più alto. E dunque, pur dovendo ammettere che <a href="http://chanel-news.chanel.com/en/archives/remember-now-by-karl-lagerfeld-the-short-movie/" target="_blank">Chanel e Mr Lagerfeld</a> già avevano fatto il salto verso il silver screen qualche anno fa, l&#8217;azione di Dior si colloca in una più <strong>complessa rete di azioni di engaging mascherate da entertainment</strong>, talmente totalizzante da aver previsto anche la realizzazione di un <a href="http://youtu.be/AsJJ3iNA0_4">finto videogioco</a>, ovviamente destinato a catturare l’attenzione di tutte le geek girl fanatiche della moda.</p>
<p>I brand del lusso esplorano dunque nuovi scenari del marketing: è importante però sottolineare <strong>la dovuta attenzione a non abbassare la percezione del brand</strong>. È notizia recente, ad esempio, l&#8217;<a href="http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/cronaca/2012/01/05/news/ferrari-spumante-in-super-saldo-7-87-euro-all-unicoop-firenze-5503289" target="_blank">indignazione delle Cantine Ferrari</a> dopo che decine di migliaia di bottiglie del loro spumante – tra i più celebri al mondo – erano state messe in saldo ad appena 7 euro in alcuni supermercati di Firenze, dando vita ad un inevitabile tam-tam via web che ha spaventato il produttore trentino. La percezione del prodotto viene prima del business stesso, a volte.</p>
<p>Rimaniamo nel lusso, restando nel settore degli alcolici di alto livello: se per Dior l’intento era soprattutto quello di fare entertainment, per <a href="http://www.veuve-clicquot.com/">Veuve Clicquot</a>, altro marchio francese sinonimo di lusso/opulenza/lifestyle-in-stile-jet-set, l’obiettivo è stato invece quello di mettere in moto attività web capaci di generare <strong>un vero e proprio user engagement attorno al proprio brand</strong>.</p>
<p>La casa produttrice di Champagne, una tra le più note in tutto il mondo ed anch&#8217;essa parte della super holding del lusso LVMH, ha infatti lanciato da qualche settimana “<a href="http://www.clicquotworld.com/">Wish you where here</a>”.</p>
<p>Si tratta di una piattaforma di crowd sourcing, sviluppata per promuovere le varie iniziative in giro per il mondo di Clicquot, con l’obiettivo di evidenziare i suoi aspetti social e il suo essere un prodotto incredibilmente adatto a definire uno specifico stile di vita, esclusivo e godereccio&#8230; Wish you where here viene implementato attraverso l’add di foto e video in linea con la ID del marchio, inviati dai fan in ottica user generated.</p>
<p>L’aggiunta non è immediata, anzi: ogni invio viene filtrato e – se approvato – viene poi caricato sulla piattaforma direttamente dall’azienda, e non dall’utente, che quindi non deve registrarsi. Una volta approvati e caricati, i contenuti vengono visualizzati nel collage di apertura del sito e remixati con contenuti ufficiali, foto più incentrate attorno al prodotto e alle sue fascinose e festaiole collocazioni, a cura di una serie di “ambasciatori speciali” e del marchio stesso.</p>
<p>Lo stile è quello di un <strong>visual blog tumblr</strong>, con tanto di infinite scroll, integrato però con una sezione mappe/places e con la sezione contributors.</p>
<p>La prima è un vero e proprio map overlay targato Veuve Clicquot, utile a visualizzare dove sono i party griffati sponsorizzati dallo champagne e (soprattutto) <strong>dove sono i partygoers più di tendenza e cioè gli ambassadors</strong>, i cui profili sono raccolti nella seconda sezione, quella dei contributors.</p>
<p>Gli ambassadors sono una piccola squadra di specialisti del jet set e <em>socialites</em> – tra cui l’italianissima <a href="http://www.clicquotworld.com/contributors/18-Francesca-Arcuri">Francesca Arcuri</a> (editor di <a href="www.frizzifrizzi.it" target="_blank">Frizzifrizzi</a>) – che <strong>interpretano Veuve Clicquot attraverso immagini e pochissime parole</strong>, mini didascalie che contestualizzano le foto, amplificandone il valore icastico. Si tratta di utenti e socialites molto attivi sulla rete, che proprio per questo loro statuto di utenti e trend setter allo stesso tempo ben si prestano a veicolare un tipo di comunicazione che tenta di essere un pochino più peer-to-peer (cosa simile la fa Grazia.it con le sue <a href="http://www.grazia.it/itgirls">IT Girls</a>).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6910" title="wish you were here" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/wish-you-were-here.png" alt="wish you were here" width="545" height="281" /></p>
<p>Ogni immagine postata (sia dagli utenti base, che dai contributors, che dal brand) è poi ovviamente passibile di &#8216;viralizzazione&#8217; via social network: oltre a poterne aumentare il rank sulla piattaforma Wish you were here (cliccando sull’icona a forma di cuore che appare passando il cursore sopra alle foto) gli utenti la possono anche ovviamente condividere su Facebook e Twitter, <strong>aumentandone così in modo evidente il carattere aspirazionale</strong>: sono infatti foto di eventi “in” ed esclusivi, che in pochi hanno vissuto live e che ora in molti stanno (ri)vivendo, pur passivamente, attraverso la rete. Il nome Wish you were here (vorrei che fossi qui), di pinkfloydiana memoria, sottolinea questo aspetto molto marcatamente.</p>
<p>Se lato brand l’efficacia e funzionalità di una azione come questa sono evidenti, <strong>resta invece un po’ limitante l’aspetto social</strong>: tolta la patina di glamour, le foto pubblicate restano pur sempre&#8230; delle foto! Del tutto simili a quelle degli album Facebook, solo un po&#8217; più “da copertina”.</p>
<p>Ci aspettiamo quindi che Veuve Clicquot implementi presto il grado di interazione della sua bella piattaforma, esteticamente perfetta e raffinata, ma per ora carente dal punto di vista dell’engaging vero, duraturo e fedele col consumatore <em>flaneur</em> contemporaneo.</p>
<p>Francesa Masoero</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Il telelavoro ai tempi del Social World</title>
		<link>http://www.youngdigitallab.com/social-media/il-telelavoro-ai-tempi-del-social-world/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 09:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Masoero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Lavorare in remoto è una realtà sempre più comune. E non solo negli USA, bensì anche in Italia (frase che si adatta praticamente a tutto quello che riguarda l&#8217;utilizzo dei Social Media, oramai). Tra i principali strumenti che di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><img class="aligncenter size-full wp-image-6876" title="social media working from home" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/social-media-working-from-home1.png" alt="social media working from home" width="528" height="353" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-align: left;">Lavorare in remoto è una realtà sempre più comune. E non solo negli USA, bensì anche in Italia (frase che si adatta praticamente a tutto quello che riguarda l&#8217;utilizzo dei Social Media, oramai).</span></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><span id="more-6862"></span></p>
<p>Tra i principali strumenti che di solito vengono usati per chi lavora a distanza usando la rete ci sono, oltre alle classiche e-mail, Google docs, Drop Box, Skype, e i gruppi Facebook.</p>
<p>Negli anni questi vari device si sono affinati, includendo sempre nuove feature e permettendo una <strong>condivisione pressoché totale di tutti i tipi di contenuti digitali</strong>. Anche il proprio schermo, con Skype.</p>
<p>Ognuno ha però mantenuto la sua identità specifica. Su Google doc si condividono, editano e integrano testi, ppt, cartelle excel; con Dropbox si trasferiscono file di grandi dimensioni; con Skype si parla e si trasferiscono documenti poco pesanti; con i gruppi Facebook si condividono update in tempo reale e si aprono discussioni, dibattiti e thread.</p>
<p>Questa varietà di “core business” ha determinato una conseguenza importante per il telelavoratore digitalizzato che, nel tentativo di costruire una efficace e produttiva sinergia tra tutti gli strumenti utilizzati, ha dovuto ingegnarsi per sviluppare <strong>il suo modo di lavorare nel segno del multitasking</strong> e ha progressivamente costruito, sul proprio desktop, un intricato mix di schede, tab e programmi aperti.</p>
<p>Da un lato dunque la sua giornata lavorativa si è presto trasformata in una canzone della <a href="http://youtu.be/Q3FJrSkn3LY">Banda Bardò</a>: attenzione, concentrazione, ritmo e vitalità.</p>
<p>Dall’altro, nonostante le complicazioni stile cubo di Rubik, ha potuto accedere ai propri documenti, file e programmi da ovunque nel mondo, riuscendo anche a condividerli in tempo reale, ed in alcuni casi anche a co-costruirli insieme ai propri colleghi.</p>
<p>Questo grande cappello introduttivo ci è servito per dirvi che – se anche voi siete telelavoratori divisi tra app, social network e file sharing e volete semplificarvi l’esistenza da telelavoratori 2.0 – <strong>oggi c’è una soluzione.</strong> <strong>Si chiama <a href="https://podio.com/">Podio</a></strong>.</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=dTMYqgf1N2Q">http://www.youtube.com/watch?v=dTMYqgf1N2Q</a></p>
</p>
<p>Podio è una piattaforma interattiva sviluppata in Danimarca e poi lanciata tra Copenaghen e San Francisco, che permette ai suoi utenti di creare <strong>un vero e proprio ufficio virtuale, accessibile in qualsiasi momento, sia via desktop che via mobile</strong> (per ora su Iphone e Android).</p>
<p>Su Podio si può fare più o meno tutto: costruire team di lavoro, condividere documenti, lavorare su un progetto comune, creare un calendario con deadline e appuntamenti, iniziare e partecipare a discussioni e thread, creare e utilizzare app e utilities specificamente pensate per il mondo del lavoro e customizzabili ad hoc secondo le esigenze di ogni singolo utente.</p>
<p>Insomma Podio, oltre a <strong>permettere la costruzione di profili professionali nello stile di Linkedin</strong>, è anche una summa di tutti gli strumenti che – come abbiamo appena visto – il telelavoratore digitale usa abitualmente.</p>
<p>Altra innovazione è legata alla grande autonomia lasciata agli utenti: su Podio è possibile customizzare la condivisione in modo targettizato e specifico, in modo simile (ma più evoluto) rispetto a quanto permette ora di fare Facebook attraverso la Timeline.</p>
<p>Infine, grazie alla <strong>recente integrazione con Google APPS</strong>, gli utenti possono trasferire direttamente all’interno del proprio account Podio, quanto ricevono via email attraverso un “Gmail Contextual Gadget” che permette innanzitutto di trasformare la mail in un “task” e quindi di assegnarla o condividerla con chi fa parte del vostro network su Podio (colleghi, impiegati, clienti), trasformando allo stesso tempo la mail originaria, attraverso un link diretto che da lì vi trasporterà al workspace su Podio, dove si potrà dunque verificare il progresso e l’evoluzione del lavoro ad essa associato.</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=HQ8A0Q7RI5w">http://www.youtube.com/watch?v=HQ8A0Q7RI5w</a></p>
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<p>Se usare Podio – come avrete intuito – non è sempre così immediato (c’è infatti un sistema di supporto online molto efficiente e per alcuni task sono anche stati realizzati dei video tutorial come quello qui sopra), attivare un account è molto semplice e, se vi accontentate del formato “base” (che vi permette di avere un massimo 5 di “employees”, 5 membri esterni e fino a 1 GB di memoria), anche gratuito, con workspace e app illimitate.</p>
<p>Gli account pro invece, partono dagli 8 $/mese e includono una serie di extra interessanti tra cui il supporto telefonico, la possibilità di ottenere dei report sulle azioni e attività e un servizio di formazione su Podio e le sue meraviglie offerto a tutti gli utenti parte della vostra rete.</p>
<p>Sempre nell’ottica di formare le nuove reclute all’uso di Podio, sono stati organizzati alcuni workshop formativi gratuiti e offline, in Europa e negli Stati Uniti.  E vista la natura open source e democratica di Podio, sappiate che se volete vi potete coordinare con il team di Podio per organizzare una delle tappe del loro World Tour nella vostra città. Per ora in Italia <a href="https://company.podio.com/worldtour-milano">sono stati a Milano</a>, anche se l’evento è passato piuttosto in sordina.</p>
<p>Infine, l’efficacia e la funzionalità di Podio non sono solo teoriche, ma anche effettive, almeno sembra. Una serie di grandi aziende internazionali come Twitter, BMW e Subway hanno scelto di usarlo per gestire progetti e impiegati e sono così diventate testimonial d’eccezione, <a href="https://company.podio.com/customers">insieme ai tantissimi utenti</a> più o meno piccoli che hanno iniziato ad usarlo per gestire i loro business in remoto, sfruttando la rete.</p>
<p>Quanto ai competitor, a parte quelli di cui si accennava prima che però mancano di autonomia e debbono per forza essere utilizzati in modo convergente gli uni agli altri, vi segnaliamo una nuovissima start up (questa volta italiana) che si chiama <a href="http://www.ymgup.com/">Young Managers Go UP</a>.</p>
<p>YMGup – almeno negli intenti – si propone come <strong>strumento online a metà tra un social network, una piattaforma digitale e una community</strong>, permettendo ai suoi utenti di costituire dei mini gruppi di lavoro e brainstorming e di condividere idee e progetti, con l’obiettivo di innanzitutto costituire una rete di giovani talenti del marketing e del web (dopotutto il progetto è partito da <a href="http://riccardopozzoli.com/">Riccardo Pozzoli</a>, il piccolo genietto del 2.0 dietro all’enorme fortuna del blog <a href="http://www.theblondesalad.com/" target="_blank">The Blonde Salad</a>).</p>
<p>Questo progetto è però ancora agli albori. Gli utenti sono pochi, non molto attivi in termini di azioni e interazioni e soprattutto molto omogenei: quasi tutti milanesi e con stesso percorso formativo, il che pare un po’ un controsenso visto che il network dovrebbe e vorrebbe essere internazionale&#8230;</p>
<p>Almeno per ora, Podio vince su tutto e su tutti!</p>
<p>Francesca Masoero</p>
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		<title>Il futuro delle buone idee: dalla Start-up alla Brand Utility</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 09:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michele Polico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Social Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla sempre più spesso in Rete e fuori dalla Rete di start up, riferendosi a social network, applicazioni, in generale web utility nelle fasi iniziali della loro vita. La progettazione, la creazione, la promozione iniziale, la ricerca di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6744" title="brand utility" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/brand-utility-11-08-08.png" alt="brand utility" width="525" height="387" /></p>
<p>Si parla sempre più spesso in Rete e fuori dalla Rete di start up, riferendosi a social network, applicazioni, in generale web utility nelle fasi iniziali della loro vita. La progettazione, la creazione, la promozione iniziale, la ricerca di un modello di business: in queste fasi del ciclo di vita queste applicazioni, queste utility vengono definite “start up”.</p>
<p>Il termine è certamente improprio in quanto “start up” dovrebbe definire un’impresa, un’azienda nelle fasi dal suo avvio fino al suo consolidamento, e non sempre anzi raramente questi progetti costituiscono delle imprese.</p>
<p>È questo un misunderstanding che rischia di confondere il mondo di coloro che progettano e realizzano web utility (a torto chiamati startupper) con il mondo dell’imprenditoria giovanile, recando danno a entrambi questi universi.</p>
<p>Ed è proprio questa confusione a condurre i più a pensare che la validità di un’idea, di una web utility, di un social network stia nella sua monetizzazione, nella creazione di un modello di business spesso difficile da raggiungere per diversi motivi, vuoi il fatto che per consolidare un modello di business ci vogliono molti utenti attivi e che per raggiungere molti utenti attivi serve molto tempo, investimenti, e nel caso di servizi utili a delle nicchie spesso sia impossibile raggiungere una diffusione di massa, vuoi il fatto che trovare un modello di business significa trovare una forma attraverso la quale le aziende possano, investendo dei soldi, ottenere dei ritorni, e non sempre questo è immediato.</p>
<p>Basti pensare che giganti come YouTube, Facebook, Twitter, hanno molto faticato a trovare modelli di generazione di revenue e di business adeguati. Ed in parte, forse, ancora non li hanno trovati.</p>
<p>Ma non possiamo certo pensare che se Twitter – per ora &#8220;fermo&#8221; a 140 milioni di dollari di fatturato – non trovasse un modello di business non sarebbe utile ai suoi utenti; di conseguenza dobbiamo considerare che una qualsiasi web utility possa essere <strong>utile a delle persone anche se non vi è alla base un modello di business</strong>.</p>
<p>In parte è certamente colpa del “modello del gratis” cui il Web ci ha abituati: chi di noi sarebbe disposto a pagare 5 euro al mese per avere Wikipedia? Certamente non un numero sufficiente di persone in grado di sorreggere il servizio, che infatti si basa sulle donazioni di un ristretto gruppo di persone. A tal proposito alcuni hanno definito un <a href="http://econsultancy.com/uk/blog/8504-the-21-most-horrific-social-media-facepalms-of-2011?utm_medium=email&amp;utm_source=newsletter" target="_blank">communication fail</a> quei banner che negli ultimi mesi gravano con insistenza su ogni pagina di Wikipedia, chiedendo appunto di donare dei soldi.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6759" title="brand utility wikipedia" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/brand-utility-wikipedia.png" alt="brand utility wikipedia" width="567" height="193" /></p>
<p>Molte utility che avrebbero una massa critica di utilizzatori non trovano un modello di business o quantomeno un rientro degli investimenti in tempi rapidi; gli incubatori (quando vi sono) non possono supportare un progetto per anni continuando a non vedere un modello di monetizzazione. Se tutto questo dovesse provocare la non riuscita di servizi che sarebbero stati utili, possiamo pensare che ci sia qualcosa di sbagliato alla base?</p>
<p>Non è un rischio affidare “al mercato” e “al business” la decisione se una applicazione debba continuare a esistere o meno, e non vi possono essere altre strade?</p>
<p>Dal lato opposto – quello delle aziende – vi è un problema convergente, ovvero il fatto che sia spesso difficile trovare modelli di comunicazione e marketing ai tempi del Social World: <strong>tempi in cui la pubblicità performa sempre meno e in cui le persone sono sempre più critiche nei confronti del marketing</strong>.</p>
<p>Una possibile soluzione c’è, e si chiama Brand Utility: applicazioni, social network verticali, utility che non “devono” per forza essere vincolati al business, ma sono sorretti da una azienda che in cambio ne riceve esposizione al marchio e benefici in termine di branding, di raccolta di dati, e di possibilità di comunicazione.</p>
<p>Ecco l&#8217;esempio di Nivea, che suggerisce il modo migliore per abbronzarsi a chiunque scarichi questa app:</p>
<p style="text-align: center;">
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=gC_LBoTBLP0">http://www.youtube.com/watch?v=gC_LBoTBLP0</a></p>
</p>
<p>È questo – quello delle Brand Utility – un settore in sempre maggiore crescita, basti pensare a tutte le applicazioni e giochi che su Facebook o sui mobile device vengono sempre più spesso creati o promossi da aziende senza fini di lucro diretto, ed <strong>è inoltre una situazione win-win-win</strong>: vince l’azienda qualora riesce a lanciare una applicazione di successo, vince l’ideatore dell’applicazione che non è costretto a impazzire alla ricerca di un modello di business, vince l’utente che ottiene un servizio utile.</p>
<p>Il primo caso interessante che mi viene in mente è l&#8217;<a href="http://1md.be/works/smart-so-smart-url" target="_blank">URL shortener sponsorizzato da Smart</a> (e sviluppato dall&#8217;agenzia belga <a href="http://1md.be/" target="_blank">1MD</a>) dove tra l&#8217;altro c&#8217;è anche un buon collegamento concettuale col prodotto. Venendo all&#8217;Italia, penso all&#8217;applicazione di Diesel che consente di navigare in wi-fi gratuitamente a <a href="http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/11-novembre-2011/rosso-regala-rete-wi-fi-bassano-si-naviga-gratis--1902131007331.shtml" target="_blank">Bassano</a>, connettendosi da 50 hot spot nella zona urbana, operazione unica in nel nostro Paese.</p>
<p>Ma ce ne sono molti altri.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6743" title="Brand Utility: ATM hunter" src="http://www.youngdigitallab.com/wp-content/uploads/ATM-hunter1.png" alt="Brand Utility: ATM hunter" width="542" height="394" /></p>
<p>Ad esempio ci sono tante mobile app: quella che potete vedere in foto è un&#8217;applicazione di Mastercard che aiuta a <a href="http://itunes.apple.com/us/app/atm-hunter/id309754128?mt=8" target="_blank">trovare i bancomat</a> in giro per le città. Northface ha creato un servizio di <a href="http://itunes.apple.com/us/app/the-snow-report/id297613771?mt=8" target="_blank">snow report via iPhone</a>. Oppure la catena di supermercati green-friendly Whole Foods, che suggerisce le migliori ricette con ingredienti organici: anche questa si può trovare gratis <a href="http://itunes.apple.com/us/app/whole-foods-market-recipes/id320029256?mt=8&amp;ign-mpt=uo%3D4" target="_blank">nell&#8217;App Store</a> (e con ottimi feedback dagli utenti!).</p>
<p>Le Brand Utility sono insomma per certi versi il futuro della comunicazione aziendale, ma al tempo stesso sono una speranza per gli startupper che, per lanciare la propria idea, possono provare a venderla ad una azienda come Brand Btility invece di affidarne il destino al mercato. Certo, molto spesso manca ancora la cultura aziendale – e ancora di più un punto di incontro tra i giovani con idee e le imprese. Ma sono sicuro, ci arriveremo.</p>
<p>Michele Polico</p>
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