Facebook commerce: ha senso o no? 4 case history per capirne di più



Facebook Commerce

Questione annosa, quella dell’e-commerce su Facebook – altresì noto come F-commerce o social-commerce, mentre da molti è semplicemente definito “una cosa inutile e che non funziona.”

Quando si parla di ROI e di vendite dirette, sembra sempre che il grande palco sia in procinto di cadere. Celebri i casi di JC Penney o Gap, che hanno aperto e chiuso dopo poco i loro outlet su Facebook; e sono famose anche le uscite di molti blog e giornali rinomati, dai titoli altisonanti quali “Facebook commerce has been a big flop” (by Business Insider).

Però le aziende su Facebook investono, ed anche tanto: si parla di una raccolta pubblicitaria di un miliardo di dollari a trimestre. Proprio in questi giorni è uscito un report (sempre by Business Insider) dei 30 brand che spendono di più nel Facebook advertising – tra i quali non si può non menzionare Walmart, che ha una pagina Facebook per ognuno dei suoi 9.000 store!

E non solo: sembra che su Facebook sia anche possibile vendere. Andandoli a cercare, si trovano i segnali che le possibilità ci sono: pensiamo a Glimpse, una app che rende l’esperienza di acquisto divertente e social-empowered, e permette di vedere tutti i prodotti in vendita su Facebook ai quali i nostri amici hanno messo Like – lanciata dal motore di ricerca per deals e online shops TheFind.

glimpse

 

Detto ciò, andiamo a vedere alcuni casi di social commerce (e dintorni) relativi al settore moda che funzionano, e possono darci spunti interessanti.

 

Threadless

Questo è il classico esempio di caso che non si può non menzionare: Threadless produce t-shirt di design, ed è probabilmente il marchio più celebre in questa nicchia (oramai nemmeno così nicchia), impostosi negli anni per qualità e stile distintivo.

Threadless Facebook

È già dal 2009 che la loro pagina Facebook ospita una sezione shop dove acquistare prodotti nuovi e vecchi, con l’integrazione delle dinamiche sociali nell’esperienza di acquisto quali challenge tra designer e votazioni delle migliori grafiche tramite Like.

Facebook Commerce

Il tutto ovviamente non solo mantiene alto il focus sulla pagina e sulla sezione di vendita diretta (collegata con il sito web, dove procedere al check-out), ma fornisce al brand oramai da qualche anno una continua ricerca di mercato, sfruttando nel modo migliore e più immediato le dinamiche di crowdsourcing.

 

Fashionara

Questo case study ci porta in India: parliamo del portale di vendita di accessori di moda Fashionara.com. L’azienda ha deciso di porsi in modo distintivo nel mercato indiano, già popolato da molti brand attivi con le vendite online (tenendo conto che nel paese ci sono più di 100 milioni di utenti Internet, oltre ad essere il terzo paese al mondo come numero di utenti Facebook).

Fashionara Facebook

La pagina è rivolta ad un target giovane, e non si posiziona nel segmento lusso. L’integrazione è a due vie: la pagina Facebook porta al sito web per la chiusura della transazione, mentre la homepage del sito web invita ad amplificare l’esperienza sociale cercando i prodotti navigando da Facebook.

Per maggiori info su questo caso, potere leggere questo post.

 

Lacoste XMAS shop

Non esiste solo l’F-commerce, ma anche i Facebook pop-up store!

Il modello del pop-up retail è nato tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, in seno ad un’azienda chiamata Vacant, che oggi si occupa prevalentemente di creare negozi temporanei per grandi brand.

Il concetto è semplice: si gioca sul concetto di esclusività e sul principio della scarsità. Ed il successo fu incredibile: i pop-up store (detti anche guerrilla store) sono partiti da New York per poi diffondersi in tutto il mondo.

Bene, lo scorso natale Lacoste ha trasportato questo concetto su Facebook, dando vita ad uno store digitale temporaneo per i suoi (all’epoca) 6 milioni e mezzo di fan (oggi sono 10 milioni).

Lacoste Facebook store

 

Acquistando via Facebook era possibile farsi spedire la merce a casa gratis, ed inoltre per ogni acquisto Lacoste regalava una cover per iPhone brandizzata (case study trovata qui). Non male come idea, no?

 

TOMS Shoes

Un bell’esempio di social commerce viene da TOMS Shoes, azienda di Santa Monica fondata nel 2006 da Blake Mycoskie, con una vision di marketing straordinaria: per ogni scarpa comprata, l’azienda ne regala una in un paese in via di sviluppo. One for One, è il loro payoff (ne avevamo parlato un bel po’ di tempo fa, ricordate?).

Bene, oltre ad avere una unique selling proposition invidiabile, non scherzano nemmeno nella gestione dei canali di vendita, da Facebook al sito internet e viceversa.

La pagina Facebook (da quasi 1,8 milioni di fan) prevede una tab chiamata New Styles, dove vengono presentati gli ultimi prodotti lanciati dal brand. Cliccando sul prodotto e aggiungendolo al carrello, si procede al check-out nel sito di e-commerce.

TOMS Facebook

Ma la parte più interessante è un’altra, ossia l’integrazione sociale dell’esperienza di acquisto, che si concretizza con ben tre pulsanti share per condividere il prodotto sulla propria Timeline: c’è il pulsante WANT, il pulsante LOVE ed il pulsante OWN – che è il più interessante: ricapito sulla pagina del prodotto e sono (ancora) contento di averlo comprato? Aspetta che lo dico agli amici).

E la cosa non esiste solo nella Facebook app, bensì in ogni profilo di prodotto all’interno del sito web di TOMS:

TOMS

In questa epoca dove i trend nascono, esplodono e si esauriscono a velocità supersonica, è evidente che il concetto di Facebook store in sé non può essere giudicato utile o inutile a prescindere: se integrato in una strategia precisa – con degli obiettivi strategici che vadano oltre il semplice “proviamo a fare un po’ di soldi anche qua” – può funzionare!

Guido Ghedin



Commenti

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