Facebook Marketing: cinque campagne basate sul Like



facebook marketing

 

Ieri abbiamo parlato dell’impatto che il Like Button ha avuto nella nostra vita online, e di conseguenza nel mondo del marketing via web.

Oggi analizziamo una serie di campagne che hanno basato tutta la loro creatività su quella specifica azione: premere il pulsante Like.

Bronx Men’s Shoes

Parliamo di un’azienda americana che produce scarpe per uomo. Non è famosissima, ed è in cerca di visibilità internazionale. Come ottenerla, se non con Facebook? Ecco l’idea: piazzare un billboard a Città del Capo, con la faccia di un uomo la quale barba cresce in base a quante persone mettono un Like.

facebook like marketing

In realtà non si tratta di un Like alla pagina del brand, ma ad una app inserita in una tab della pagina. Ecco come funziona: ci si connette con Facebook, si riceve in cambio una schermata con delle info – di quanti centimetri abbiamo fatto aumentare la barba e un po’ di statistiche su chi ha partecipato, targetizzate ovviamente su un pubblico sudafricano.

facebook like billboard

È poi possibile accedere ad una schermata che mostra un video in live-streaming del billboard con la barba che pian piano (impercettibilmente) cresce. Risultato? Dopo massimo 2 secondi si chiude la pagina e si torna alla vita di prima.

Ma intanto, la campagna è girata moltissimo nel web. Quando c’è di mezzo il Like, la visibilità è assicurata!

MINI: Fan the Flame

A inizio 2012 MINI ha deciso di creare questa curiosa installazione, durante una manifestazione a Bruxelles:

Come nel caso di Bronx Shoes, è anche qui la correlazione tra il Like e la dimensione live a tenere in piedi il palco. Mettendo un Mi Piace alla pagina di MINI Belgio si poteva accedere ad un live website che mostrava il proprio Like “in azione”: la corda veniva bruciata con una piccola fiamma, fino a che non si è spezzata e la macchina è stata vinta da un fortunato fan – colui che ha messo l’ultimo Like.

Che ne pensate?

KIA: Like Lab

Sempre in tema automotive, spostiamoci su KIA. L’anno scorso, assieme all’agenzia di Seoul INNORED, hanno lanciato il Like Lab, una campagna che ruotava attorno ad un immaginario laboratorio segreto dove KIA “studia” i propri clienti in base alle loro preferenze espresse su Facebook, al fine di creare auto perfettamente adatte ai loro gusti.

Il tutto prendeva forma in un’applicazione che interagiva con i dati gli utenti Facebook per creare un filmato interattivo – vagamente in stile The Museum of Me di Intel. Potete vedere uno dei video qui.

kia facebook like lab

Di certo l’avrete notata, se non per l’app in sé quantomeno per lo spot televisivo, che è stato parte di una campagna che KIA ha esteso anche all’Italia:

New Yorker

Questa è una campagna un po’ insolita: l’anno scorso il New Yorker (ad oggi a quota 425 mila fan) ha dato vita ad un’azione a metà tra il marketing e l’esperimento sociale. Un articolo dello scrittore Jonathan Franzen è stato reso visibile solo per chi metteva un Like ad una tab della pagina Facebook del giornale.

New yorker

Per quanto la campagna non fosse nulla di incredibile o geniale, è stata sicuramente un successo notevole: oltre 17 mila like in più per la pagina, ed ottimi risultati dal punto di vista dell’engagement, come dichiarato da una portavoce del New Yorker a Mashable.

facebook like campaign

Il tutto in aggiunta ad un discreto media coverage, soprattutto per il fatto che l’iniziativa riguardava un settore commerciale non sempre all’avanguardia per quanto riguarda l’interazione con le community online.

Stüssy Amsterdam

Negli ultimi giorni si è parlato parecchio di questa campagna: c’è una foto con una modella, con indosso tutti i capi della collezione primavera di un brand di abbigliamento, uno sull’altro. Ad ogni like che verrà messo, si toglierà un capo. Uno spogliarello che si basa sui Like, praticamente.

facebook like campaign

Il brand è  Stüssy, nato in Orange County negli anni ’80 come marchio di surf-wear ed abiti in stile hip-hop, e presente oggi in varie città del mondo. Tra le quali Amsterdam, ed è proprio qui che la campagna prende vita.

Non si è capito bene che Like venivano contati: quelli alla pagina (ad oggi 16 mila) o quelli all’album (poco più di mille)? Fatto sta che la campagna è terminata, e – dopo 39 foto pubblicate e parecchio scalpore suscitato – questo è il risultato:

facebook like

I creativi di Arnold Amsterdam, l’agenzia che ha ideato la campagna, hanno risposto alle critiche mostrando l’iniziativa da un punto di vista opposto: “Dev’essere soffocante per una modella indossare tutti quegli abiti. È quasi un dovere pubblico, per i fan, farla spogliare” (maggiori dettagli qui).

Di certo una mossa di PR non indifferente, dato che il caso ha generato un bel po’ di curiosità, quantomeno negli addetti ai lavori.

Se guardiamo alle reazioni ai post della pagina, molto variegate, è difficile valutare il successo dell’iniziativa. Direi che la linea di distinzione è piuttosto netta: c’è chi la considera una mossa geniale – e ne segue gli sviluppi con molta attenzione – e chi pensa che il marchio abbia perso la dignità, con un’azione sessista inaccettabile.

facebook like

Comunque si è trattato di una mossa furba, in grado di attirare l’attenzione, in un mondo dove l’immagine della donna, in determinati settori commerciali, continua ad essere relegata a determinati cliché.

Per assurdo, ricorda un po’ le campagne a cui abbiamo accennato ieri, quelle dove viene donato “un dollaro per ogni Like alla pagina” a qualche associazione no-profit. Specie se associamo questo concetto all’immagine – un po’ da film – dell’uomo che lancia i soldi alla stripper, durante lo spogliarello in un night.

In genere sono banconote da un dollaro. E con questa, abbiamo chiuso il cerchio.

Guido Ghedin



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