Aspettando Frontiers of Interaction: intervista a Leandro Agrò



frontiers of interaction

 

Manca pochissimo: il 7 e 8 giugno – dopo le ultime due edizioni toscane – Frontiers of Interaction torna a Roma. Cinecittà accoglierà designers, startuppers, investitori, bloggers. Makers e innovatori. Uno sguardo sul futuro e su come reinventare il presente.

Il programma 2012 è straordinario (letteralmente). Inseguo FoI da anni e finalmente riuscirò ad esserci… anche per voi: con un live blogging e live tweeting costante nei due giorni dell’evento – a proposito, seguite l’evento attraverso l’hashtag ufficiale #FoI12.

In attesa dunque che Frontiers cominci ho intervistato per voi Leandro Agrò, co-founder dell’evento ed esperto di User Experience, usabilità ed eye-Tracking.

leandro agrò

Leandro – o leeander com’è conosciuto online – è anche Global Director User Experience in Publicis Healthware, ed oltre a Frontiers of Interaction ha co-fondato WideTag, startup culturale che opera nella Internet degli Oggetti.

– Ciao Leandro, com’è nata l’idea di Frontiers of Interaction?

Vedi, facendo Frontiers, non stiamo facendo altro che provare a realizzare la conferenza evento dei nostri sogni. Quella a cui vorremmo andare, quella che altrove non c’è. Non fatta così, almeno.

Tutto è nato per caso. Volevamo che un amico “guru” californiano di passaggio in Europa venisse a trovarci in Italia. Ci mancava una scusa, e non c’era un podio per il quale invitarlo, per cui dovemmo inventarlo. Matteo (Penzo) ed io lavoriamo entrambi nel design, lui come Direttore Tecnico di Frog ed io come Direttore UX in Publicis, così, un po‘ per indole ed un po‘ per quel desiderio di trovare un evento fatto in un certo modo, lo progettammo noi come ci piaceva.

Di fatto, Frontiers, non è facile da incastrare dentro una forma, un aggettivo, una etichetta. Ed al contempo, Frontiers ha già avuto molti meriti: in primis ha distrutto le ingessature delle conferenze per come le abbiamo conosciute, rendendo cool e desiderabile tutto un mondo al crocevia tra tecnologia, design e business che prima neanche era consapevole della necessità di doversi incontrare.

Poi, indirizzava il pubblico di Wired prima che ci fosse Wired. Ha costruito un pezzo di ponte con la California prima che ci fossero Mind the Bridge e BAIA. Ha parlato di startup prima dei Working Capital o Wind Factor. E miracolosamente le tantissime iniziative che man mano fiorivano, si sono incastrate in qualche modo nel panorama traendo beneficio reciproco da questa cross-fertilizzazione. In qualche modo, lavorando tutte – seppur in ottica Internazionale – a realizzare una Italia migliore. Ma al di là di questi “pensieri pesanti”, Frontiers è essenzialmente sudore ed emozione. Uno show per i nostri neuroni.

– Dopo qualche anno FoI torna nella capitale con l’edizione 2012. Quali saranno i punti forti della due giorni di giugno?

Ogni volta che noi organizziamo Frontiers, non stiamo facendo altro che provare a realizzare la conferenza evento dei nostri sogni. La formula della “conferenza perfetta” ovviamente non esiste, ma noi stiamo continuando ad evolvere la ricetta ed alzare il tiro.

Frontiers è una due giornate. Il day 1 è si apre con musica e “boot mentale”. Appena il tempo di dare il benvenuto a tutti e si cominciano i workshop. Lavoreremo sulla augmented reality; mutueremo dalla  ricerca spaziale le pratiche per gestire l’innovazione in azienda; ci alleneremo a diventare leader adeguati all’era della accelerazione tecnologica esponenziale.

Seguirà un panel di personaggi straordinari che hanno fatto una exit o hanno una startup sulla cresta dell’onda, e poi avremo un workshop plenario con Garr Reynolds, autore del celebre Presentation Zen.

La giornata potrebbe finire qui, ma tutta l’energia che avremo in corpo va usate e dunque, seguirà un concerto live pazzesco degli Adam Carpet e l’aperitivo finale di networking. Sarà una giornata intensa.

Il day2, partirà con la musica, ed una intro utile a tracciare il percorso della giornata che c-on i suoi 13 speech internazionali- ci mostrerà molte sfaccettature di questo nostro mondo fatto di tecnologia, design, impresa, valori. I temi di quet’anno sono “incoming future”, “talking objects”, “putting life into pixels” e “UX/BIZ”.

Ci sono alcuni grandi nomi, come David Crane, storico fondatore di Activision che – da solo – è già un motivo per andare a piedi sino a Cinecittà, ma a Frontiers facciamo molto scouting e quindi vedrete protagonisti e brand che saranno sempre più rilevanti in futuro. Perché questa è la frontiera e qui si prendono spunti utili per fare nostro lavoro già appena rientrati in azienda, ma si legge anche lo scenario globale, acquisendo un vantaggio competitivo non banale rispetto a chi non tiene conto di quel che accade lì fuori. Ovviamente, il tutto in salsa Frontiers.

foi12

Ci piace provare a fare un grande spettacolo attorno a grandi contenuti. Basti dire che siamo in uno dei più grandi studi televisivi del mondo, a Cinecittà, con uno schermo 32/9 full HD da 28 metri di larghezza. Insomma, un tempio dei geeks, dove fare innovazione – attraverso il design – e arricchire le nostre aziende di idee, opportunità, tecnologie.

– Come vedi o futuro di FoI tra qualche anno?

Mi piacerebbe che i gradi di separazione tra specialisti delle competenze verticali, le separazioni tra università e azienda, tra talenti ed opportunità, tra design e tecnologia, tra startup e capitali, si sospendessero almeno una volta l’anno. Ed il futuro di Frontiers è essere il tempo ed il luogo, dove ciò avviene.

– Makers. Un termine che finalmente comincia a diventare parte del linguaggio e della conoscenza di molti, online ma non solo. Qualche settimana fa ero al MIT Media Lab e Joi Ito ha detto che bisogna creare un Makers-movimento che consenta di pensare e produrre innovazione su larga scala (7 miliardi di persone). Qualche mese fa sul palco di World Wide Rome abbiamo visto i makers all’opera, e abbiamo ascoltato le loro storie. Cosa significa oggi essere Makers?

Se c’è un termine che sto usando molto in questo periodo è quello di consumerizzazione. L’accesso alla tecnologia è sempre più a buon mercato, l’accesso alla conoscenza – attraverso la Rete – è praticamente gratuito. Le persone –anche attraverso i social network – stanno sperimentando un livello di collaborazione da umano a umano, senza precedenti.

Di contro, in molte regioni del Mondo, si sta vivendo una grave crisi economica e l’intero sistema della globalizzazione, del petrolio, del capitalismo a tutti i costi, sta trovando il suo limite e lasciando emergere delle alternative.

I makers oggi hanno un ruolo potenzialmente molto rilevante. L’innovazione tecnologica, l’idea di prodotto, la soluzione ad una necessità puntuale, oggi possono nascere nel garage di chiunque di noi.

Il processo per cui una tecnologia nasce dalla ricerca e sviluppo di una grande azienda; diviene prodotto professionale e poi – dopo anni ed anni – diventa consumer ed è alla portata di tutti, è stato non solo drammaticamente accelerato ma persino sovvertito. L’innovazione può nel garage, e tramite la Rete, diffondersi rapidamente in tutto il mondo.

E per come funziona il nostro attuale sistema di valori, io mi attendo dai makers grandi contributi al miglioramento del mondo. Mi aspetto che – dopo questa fase di training in cui si fanno annaffiatoi da balcone – ci si concentri sul risolvere grandi problemi. Facendo squadra, usando l’open source, ragionando su approcci e strutture adatte all’era della Rete, alleandosi con gli startupper di tutto il mondo, i maker possono davvero cambiare la storia.

– Grazie Leandro!

Appuntamento a Roma dunque il 7 e 8 giugno con Frontiers of Interaction: noi ci saremo, e voi?

Emanuela Zaccone



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