Google Me: studi e intuizioni di Google sul social networking



Abbiamo recentemente visto la storia del social networking made in Google e di come anno dopo anno – salvo rare eccezioni – l’azienda abbia fallito la propria missione di entrare a pieno titolo tra i leader in questo universo.

Ma cosa ne sarà invece di Google Me, il nuovo social network made in Google di cui si chiacchiera ormai da qualche mese?

Al di là del pettegolezzo e di ipotesi e previsioni difficili da elaborare anche a causa delle difficoltà incontrate finora da Google in questo settore, ho trovato molto interessante una recente presentazione di Paul Adams, User Experience Researcher in Google, relativa alle differenze tra le reti sociali reali e quelle costruite online tramite Facebook.

Questa presentazione – Bridging the gap between our online and offline social network – potrebbe sicuramente essere alla base degli studi, delle intuizioni e delle decisioni relative a un eventuale Google Me, considerando anche che Paul Adams ha lavorato al progetto di Google Buzz

Debbie, i bambini e il gay bar
Paul Adams racconta innanzitutto la storia di Debbie, una ragazza che vive a San Diego, dove insegna nuoto a dei bambini di circa 10 anni, ma che viveva precedentemente a Los Angeles, dove tra gli altri aveva un gruppo di amici che lavorano in un gay bar, e con i quali si tiene in contatto tramite Facebook commentando le foto delle loro feste nel locale, foto che di conseguenza potrebbero essere viste anche dai bambini che Debbie allena nel nuoto.

Il problema di una situazione del genere – afferma Paul Adams, non risiede né nel locale né nel gruppo di bambini che Debbie allena, e tantomeno in Facebook di per sè: il problema risiede nel fatto che reti diverse, tra loro separate ma collegate in diversi modi alla vita di una stessa persona, reti che nella vita reale le persone tendono insomma a separare, sui social network online come Facebook finiscono per incrociarsi, provocando delle dinamiche profondamente diverse da quelle della vita reale di tutti i giorni.

Il social network che abbiamo costruito online non coincide, insomma, con la nostra reale rete sociale, in quanto non qualifica il tipo di relazione tra una persona ed ogni suo contatto, ma si limita a quantificare l’esistenza o meno di un contatto.

In questo modo diverse parti della vita di Debbie, e delle vite di tutti noi, che non si sarebbero mai incrociate nella vita offline, su Facebook si collegano, dando alle persone e alle diverse reti di persone con cui siamo connessi informazioni su sfere della nostra vita che non avremmo dato loro in situazione diversa, se non avessimo tutti iniziato ad utilizzare uno strumento che per molti è “caduto dal cielo” e le cui dinamiche non sono per niente semplici da comprendere, soprattutto se non si concede loro tutta l’attenzione che meritano.

Reti sociali online e offline

E’ vero che Facebook dispone di avanzate impostazioni sulla privacy che permetterebbero – se correttamente utilizzate – di dividere le diverse reti e la nostra comunicazione (foto, video, status, commenti), in modo da comunicare esattamente quello che vogliamo a chi vogliamo e niente agli altri, ma il problema reale evidenziato da Paul Adams dipende non tanto dall’affordance tecnologica dello strumento utilizzato, quanto dall’utilizzo che poi – nel concreto – le persone ne fanno, utilizzo che provoca profondi cambiamenti – e perché no alcuni problemi -ai processi relazionali tradizionali.

Sono, queste, dinamiche che nonostante le persone sperimentino nel loro quotidiano, non riescono ancora a comprendere appieno, e che provocano talvolta situazioni difficili, come ad esempio i diversi casi di persone licenziate dal posto di lavoro per delle esternazioni o foto su Facebook, situazione tanto seria che in Germania è stata recentemente proposta una controversa legge sulla privacy che a quanto pare vieterebbe all’azienda di visionare i profili Facebook – seppure pubblici – di dipendenti e aspiranti tali.

Il fatto è che dunque i social network online sono soltanto una rappresentazione cruda delle nostre reti sociali offline: rendere questa rappresentazione più accurata e più vicina alla complessa trama di relazioni sociali delle persone, riportando dunque la persona a scindere le proprie comunicazioni tra le proprie diverse reti di appartenenza, è a detta di Paul Adams l’opportunità e l’obiettivo che dovrebbe cogliere un designer di social network, e potrebbe essere uno degli obiettivi del progetto di Google Me.

Nell’offline – prosegue Paul Adams nella sua presentazione – il gruppo di friends che molti social network ci chiedono di costruire semplicemente non esiste, ma esistono molteplici indipendenti gruppi di amici e di contatti che condividono esperienze, linguaggi e modalità di interazione profondamente diversi, ed è questo il livello al quale bisognerà progettare i social network del futuro.

Identità e privacy

E’ in questo modo che la nostra identità – o meglio le nostre diverse identità – vengono minate dalla convergenza dei contesti e delle reti in un unico grande ambiente online, questo nonostante sia proprio la creazione del proprio profilo, e dunque la autorappresentazione di sé, una delle attività primarie da compiere nei social network e uno degli scopi principali.

La cura nella creazione del profilo, l’attenzione nel postare i propri status e le proprie foto online, l’autocensura che le persone talvolta applicano nei social network possono venire tutto ad un tratto vanificate da un commento lasciato da altri nel profilo, da un tag o da una foto caricata e di colpo visibile a tutte le diverse reti di una persona prima che essa stessa se ne renda conto.

Rientra in questo discorso anche il tema del diritto alla privacy, che nei social network può venire interpretrato come il diritto delle persone a selezionare i contenuti che li riguardano prima che i propri contatti li possano vedere, e nella libertà di decidere chi può vedere cosa relativamente alle proprie informazioni, tema che spesso fa a pugni con la semplicità d’uso dello strumento ma fondamentale per la gestione personale della rispettibilità e della credibilità verso ciascuna delle proprie reti.

E proprio rendere semplice l’utilizzo di un social network pur consentendo alle persone un alto livello di privacy potrebbe essere una delle ambizioni dell’ipotetico Google Me.

Gli esperimenti all’interno di Google

Secondo gli esperimenti fatti nel corso di diversi anni all’interno di Google, si è visto come le persone – in ogni parte del mondo – identificano nella loro vita un numero tra i 4 e i 6 gruppi di relazioni principali, ciascuno dei quali contiene tra le 2 e le 10 persone in tutto. Quando a volte, in occasione di feste o altre occasioni, le persone provano a mescolare e riunire questi diversi gruppi, il più delle volte essi rimangono comunque fondamentalmente indipendenti.

Sempre secondo gli studi fatti all’interno di Google, quando le persone nei social network postano dei contenuti (un nuovo status o una foto), lo fanno avendo bene in mente un’audience definita cui si vogliono rivolgere, e questa audience è il più delle volte una sezione piccola in confronto all’audience reale – l’enorme gruppo dei friends – cui il messaggio arriva.

Nonostante la possibilità di comunicare ogni contenuto su Facebook esattamente all’audience cui lo si vuole rivolgere, questa non è una procedura semplice da svolgere, e molte persone non saprebbero nemmeno da dove incominciare.

Legami forti, legami deboli e legami temporanei

Anche all’interno dei diversi gruppi e delle diverse reti, le relazioni con le persone sono di diversi tipi: potremmo considerare – afferma Paul Adams – un piccolo gruppo degli amici più vicini (tra i 2 e i 6) cui le persone tengono maggiormente, verso i quali sono rivolte la maggior parte delle loro comunicazioni e dei quali le persone si fidano, e un altro gruppo molto più numeroso di legami deboli: gli amici degli amici, le persone conosciute di recente e in generale le persone con cui le conversazioni sono più sporadiche.

E sono proprio i legami deboli ad essere più condizionati dall’esistenza dei social network, che abilitano le persone a mantenere o recuperare i rapporti con le persone esterne al gruppo dei legami forti, per le quali non sono i social network indispensabili.

I social network modificano in definitiva la qualità delle relazioni deboli, accorciando la distanza mentale tra loro rispetto all’utilizzo del telefono o di altre forme di comunicazione precedenti, dando un pretesto per restare in contatto.

Resta il fatto in ogni caso che, per quante persone noi possiamo effettivamente conoscere, esiste un numero massimo di relazioni deboli con le quali le persone riescono a tenersi in contatto, e questo numero è di 150 persone: superato questo numero di persone i villaggi di contadini dell’epoca neolitica venivano separati in due, e pure gli eserciti romani erano formati di gruppi di 150 persone per fare in modo che ognuno conoscesse ogni membro.

Di conseguenza, la maggior parte dei contatti dei social network sono inquadrabili come persone conosciute ma con le quali non vi è pressoché nessuna relazione.

Una nuova categoria di legami individuata da Paul Adams consiste nei legami temporanei: persone con cui non si riconosce una effettiva relazione ma con le quali si interagisce per un certo lasso di tempo, in una certa fase della propria vita. Persone con cui entriamo in contatto per un tempo ristretto e per una motivazione definita, con cui ci connettiamo via Facebook ma delle quali, al di là della conversazione avuta e delle informazioni nel profilo Facebook, non sappiamo un granché.

Queste sono dunque alcune delle opinioni espresse da Paul Smith riguardo il mondo del social networking e che potrebbero in certa misura essere alla base dello sviluppo di un nuovo social network realizzato da Google e chiamato Google Me.

Molti dei concetti espressi in questo post sono stati liberamente reinterpretati sulla base della presentazione di Paul Adams.

Michele Polico



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