
20-22 luglio: giorni memorabili, che segnano l’esordio dell’Indigeni Digitali Camp!
Se non avete seguito l’hashtag #IDCamp vi siete persi un appassionato live tweeting degli eventi. Una tre giorni viterbese di talk e workshop, intrecciatisi anche con il festival Medioera ed i suoi eventi (tra cui la divertentissima Instawalk di sabato).
Per citare le parole del presidente dell’Associazione Indigeni Digitali, Fabio Lalli: “La connessione delle persone e la rete che oggi stiamo consolidando in ID è quanto di più importante per tutti noi. Un valore fondamentale che può generare cooperazione, collaborazione, condivisione ma soprattutto la consapevolezza che in questo modo possiamo cambiare schemi mentali, sovrastrutture e modo di approcciare lo sviluppo della società nella quale viviamo”.
E a Viterbo c’era anche tanto Young Digital Lab, con due ex di eccellenza che abbiamo intervistato per voi: Davide Basile aka Kawakumi e Stefano Mizzella!
– Qualche giorno fa abbiamo partecipato insieme al primo Indigeni Digitali Camp: quale credete sia l’importanza del networking e di eventi come #IDCamp?
Davide:
Fare rete è importante in primo luogo per il bene della Rete stessa. La cultura digitale in Italia è ancora troppo indietro. Come dicevo qualche giorno fa in una intervista di preparazione all’IDCAMP, nel nostro paese POCHI si sforzano di convincere MOLTI dei vantaggi che il digitale potrebbe apportare alla vita reale. Purtroppo questi pochi si scontrano spesso con il muro della poca conoscenza, della mancanza di fiducia e dei preconcetti legati al digitale e a tutto ciò che si porta dietro. Iniziative, come quella di IDCAMP (ma dire di Indigeni Digitali in generale), che cercano di trasformare i POCHI in MOLTI sono non solo importanti ma necessarie.
Stefano:
Come ho già avuto modo di scrivere altrove, considero quello degli Indigeni uno dei network più attivi e interessanti in Italia, una reale piattaforma di confronto e di crescita per chi si occupa di web e tecnologia. L’IDCamp è stata una bella esperienza perché ha permesso il networking tra persone che magari, prima dell’evento, avevano avuto modo di interagire solo online.
L’IDCamp ha permesso non solo di incontrarsi, ma soprattutto di condividere esperienze concrete, a vario livello. È stata questa a mio parere la reale forza dell’iniziativa, il fatto di aver puntato molto alla sostanza: quasi tutti gli interventi sono stati a mio parere molto diretti e focalizzati, evidenziando problemi e possibili soluzioni, senza disperdersi in teorie astratte o riflessioni fumose.
In più è stato molto particolare vedere un evento del genere in una cittadina come Viterbo, certamente non abituata alla tecnologia e all’innovazione. Credo che il merito di simili iniziative sia quello di favorire lo sviluppo e la diffusione della cultura digitale anche in zone apparentemente distanti da questo mondo.

– Stefano, a #IDCamp hai parlato di co-design: se dovessi darne una definizione sintetica, come lo descriveresti?
Stefano:
Nel mio talk ho provato ad analizzare il ruolo del design nel processo di innovazione di startup e grandi aziende concentrandomi in modo particolare sull’evoluzione collaborativa del design (co-design) e dell’innovazione (co-creation). Le aziende e le startup più innovative sono quelle che costruiscono il proprio prodotto e la relativa user experience attorno alle regole del buon design. Il design si è negli anni evoluto in un processo ibrido, aperto, che non può fare a meno del coinvolgimento di soggetti “esterni” come utenti, clienti e dipendenti.
Il co-design rappresenta in tal senso il presente e il futuro del buon design e richiede di svilupparsi attraverso un percorso strategico preciso, con un impatto forte nei processi di business. Il passaggio dalla co-progettazione alla co-creazione è un percorso fondamentale che implica, tanto a startup quanto a grandi aziende, un cambio di paradigma in termini di metodologie, strumenti, persone da coinvolgere e, soprattutto, approccio all’innovazione.
Co-design e Co-creation sono riconducibili, dunque, a un’innovazione guidata dalla community, attuabile solo nel momento in cui si decide di elevare il concetto di community a qualcosa di più dei fan o dei follower aggregati nei singoli canali. La community ha un ruolo straordinario nel fornire feedback che, se ben ascoltati, possono aiutare chi progetta e sviluppa a migliorare notevolmente il proprio lavoro.
Chi compra un prodotto, che sia un’app, un paio di scarpe o un’automobile, compra anche la community che ruota attorno a quel prodotto. Per questo è importante nutrire la community anche e soprattutto in chiave di innovazione e non semplicemente per finalità di marketing.

– Davide, a #IDCamp hai parlato di metriche e ROI: qual è tra i tanti aspetti trattati quello più importante?
Davide:
Il tema della misurazione delle attività sui social media qui in Italia è ancora trattato (fatte le dovute eccezioni) con troppa approssimazione, anche se si sta cominciando a discuterne seriamente e stanno venendo fuori contenuti di qualità (Social Media ROI di @vincos ad esempio).
L’aspetto fondamentale è la necessità di uno sforzo da parte delle aziende, dei decisori aziendali e di chi le aziende le supporta dall’esterno (agenzie, consulenti, etc), volto a costruire il “proprio” framework di misurazione, quello più adatto alle esigenze intrinseche all’azienda.
Sforzo economico (mettere in piedi sistemi di monitoraggio e misurazione richiede investimenti non solo in risorse ma anche in implementazioi tecniche, piattaforme, etc) e sforzo culturale.
Metriche, KPI, framework esogeni, possono aiutare ad orientarsi, ma se non si chiariscono i propri obiettivi e non si trova il modo migliore per misurarne la realizzazione non si andrà mai da nessuna parte.
– Siete entrambi degli ex Young Digitals: ci lasciate un pensiero che spieghi agli altri Young Digitals cosa significa oggi lavorare sui social media e con i social media?
Davide:
Purtroppo i 30 son passati e non posso più definirmi “Young” (almeno non nel senso di YDL), resto però “Digital” al 100%!
Lavorare sui e con i Social vuol dire non annoiarsi mai, ma anche dover star sempre al passo con l’innovazione. Vuol dire vivere di stimoli forti e dinamici, ma anche dover continuamente “convincere” le persone (che nel 99% dei casi non sanno neanche cosa vuol dire “social”) delle potenzialità di questi mezzi che ormai definire “nuovi” risulta riduttivo e fuorviante.
Insomma… Keep Calm & Be Social!
Stefano:
Ho un bellissimo ricordo dei workshop tenuti insieme agli altri Young Digitals, altro esempio positivo di cosa sia possibile fare, anche in Italia, nel momento in cui si crea sinergia tra giovani competenti e appassionati.
A chi si avvicina al social consiglio di prendere seriamente il proprio lavoro, soprattutto quando si ha la possibilità di gestire i canali social di un’azienda. In quel caso, la responsabilità è quella di parlare a nome dell’azienda, rappresentando quest’ultima sia nella forma che nel contenuto. Oltre a questo, diventa fondamentale saper interagire nel modo opportuno con gli utenti, ringraziandoli per un feedback positivo o aiutandoli nella richiesta di un’informazione particolare.
Consiglio di analizzare in dettaglio la gestione social di brand di alto livello sia in Italia che all’estero, per rubare trucchi e segreti su come produrre contenuti di successo e su come gestire le interazioni con i consumatori, negli scenari positivi e, ancor più, in quelli negativi. A volte la gestione ottimale di un flame vale più di molti like.
Thank you Digitals!
Emanuela Zaccone
















