Il lato social della beneficenza



 social media charity

Oggi via web si interagisce, si consumano contenuti mediali, si fanno acquisti, si guardano partite di baseball e incontri di box. Ci si diverte, si espongono le proprie opinioni, si celebra il proprio egocentrismo.

Poco a poco, tutte le attività che normalmente svolgiamo offline hanno trovato il loro contraltare telematico. L’unica cosa che ancora non si riesce a fare online è mangiare, ma siamo sicuri che si troverà presto soluzione anche a quello.

Intanto, potete contribuire a combattere la fame nel mondo, insieme a parecchie altre azioni di aiuto, solidarietà e partecipazione no profit. Anche la beneficenza è insomma sbarcata a tutti gli effetti nei Social Media, e la cosa non sorprende.

Sì, perché il mondo va in questa direzione. Esistono aziende (come TOMS shoes) che hanno basato un intero business model sul concetto di charity: ogni volta che si acquista un prodotto si fa automaticamente beneficenza.

E ci sono anche i casi negativi, ovvio: esempi di greenwashing, ossia “pulire” la brand perception con buone azioni. Abbiamo già affrontato casi di grandi brand che scelgono vie un po’ troppo facili per mostrarsi magnanimi.

Ma rimangono molte le occasioni per fare del bene nel proprio piccolo; e direttamente dal proprio laptop, smartphone o tablet. Oggi vi proponiamo alcuni esempi interessanti.

Iniziamo da Infinite Family, un servizio di video mentoring fondato da Amy Stoke (qui sotto) che ha raggiunto una grande visibilità. Al punto vedere Amy candidata per CNN Heroes, il programma che ogni anno mette in luce e finanzia i migliori progetti sociali e caritatevoli.

Infinite family

Come funziona? Dopo aver seguito un corso di formazione (online, ovviamente) i volontari fissano dei video appuntamenti per chiacchierare a distanza con bambini e adolescenti africani orfani. I ragazzi vengono quotidianamente coinvolti in sessioni di video chat, durante le quali gli adulti cui sono stati associati danno loro consigli, conforto, affetto.

Il volontariato si trasforma così in qualcosa di sicuramente più estemporaneo, ma la sua importanza ed efficacia restano intatte. Inoltre, in questo modo, il social network viene riportato alla sua origine primaria: rete di supporto sociale, da un individuo all’altro.

Un altro esempio è Sparked. Qui un network di professionisti in ambiti di tipo diverso (manager, creativi, designer, ingegneri) possono dare idee e consigli, ma anche realizzare – a titolo gratuito – contenuti per associazioni e gruppi no profit che non possono permettersi di pagare consulenze o aiuto professionali. Si tratta di un micro volontariato, temporaneo e web based.

I task sono diversificati per ambito, e si può ricevere una newsletter settimanale e vedere quali sono le varie necessità, o effettuare una ricerca sul sito, per capire dove e come il proprio know how potrebbe servire agli scopi di una giusta causa.

Sparked

Visto il suo approccio molto business-oriented, Sparked ha una integrazione non solo con i principali social network, ma anche con Linkedin. Inoltre, il progetto ha il gigante Kraft Foods Inc. tra i featured customers (le aziende possono infatti promuovere la piattaforma tra i loro dipendenti).

Passiamo ora a Goodshop, servizio che ben dimostra come fare del bene sia possibile anche quando ci si sta dedicando all’e-shopping. Goodshop è una piattaforma attraverso la quale gli acquisti fatti presso alcuni importanti retailer vengono associati ad una donazione che il retailer stesso fa ad una charity. Tra i retailer si possono menzionare Amazon, Apple, Best Buy, e JCrew, e moltissimi altri.

goodshop

Ogni utente registrato su Goodshop ha un suo profilo personale, e acquisisce importanza e status nella Good Community in base al numero di donazioni (cioè acquisti) fatte.

Infine Goodshop permette di tenere monitorato quanto donano per ogni acquisto o offerta tutti i brand che sono presenti nel sito e parte del network. Ad esempio, K-Mart dona il 2%, mentre Macy’s il 3 ed Expedia il 5%.

Il mondo delle charity è stato presto colonizzato anche da apps e on-line gaming, validi stratagemmi – in effetti – per avvicinare i giovanissimi a temi importanti.

Prendiamo ad esempio la app Snooze. Si tratta di una vera e propria sveglia ma, ogni volta che si posticipa il risveglio, la app mette da parte 25 centesimi. E così, due volte al mese, il bottino di dollari accumulato tutte le volte che non vi siete svegliati subito può essere donato alla vostra onlus preferita.

snooze

Lato giochi online, l’interfaccia di interazione è normalmente molto semplice e basica, si punta alla sostanza e non ai fronzoli. Non aspettatevi virtuosismi alla GTA: il gioco qui è soltanto un mezzo, non lo scopo finale.

Su Free rice, ad esempio, a ogni risposta giusta corrisponde una donazione di riso fatta al Food Programme delle Nazioni Unite. Mentre su Charitii, tutti i ricavati dei numerosi banner pubblicitari vengono devoluti a gruppi e associazioni ONLUS, come ad esempio Charity: water.

Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti, le disponibilità e le inclinazioni. E volendo, dal lato azienda, si può dire anche che ce n’è per tutti i brand. Il lato buono della rete è tutto da scoprire, e sembra proprio che le occasioni non manchino.

Francesca Masoero



Commenti

(4)
  1. Hai ragione, Francesca, "ce n'è davvero per tutti i gusti". Agli esempi già citati credo che sia importante aggiungere: Causes.com, una delle principali piattaforme tecnologiche per il no profit presente su Facebook, e Network for Good, partner di Causes per quanto riguarda le donazioni online; c'è poi TechSoup che, grazie alla partecipazione di Microsoft e altri brand dell'area digitale, gestisce un programma internazionale di donazioni di prodotti tecnologici per il no profit; la lista potrebbe continuare con The Point , una piattaforma online di crowd-funding/sourcing/campaigning, Causecast.org, Humánia.tv, un caso spagnolo molto interessante, e via dicendo. Tutto questo citando solo alcuni esempi e rimanendo in ambito no profit 'puro e duro', non considerando quindi un settore emergente come quello dell'innovazione sociale/imprese sociali.

  2. grazie dell'integrazione Luca, in effetti quelli di qui sopra erano solo alcuni dei tanti esempi di e-charity: si tratta di un business in crescita, che dimostra anche come l'engaging "sociale" sia sempre più estemporaneo e flaneur. Si può infatti passare da un attivismo all'altro, in modo a volte piuttosto superficiale, ben lontani dunque dal motto "il faut s'engager": qui non ci si rimbocca affatto le maniche, si clicca semplicemente sopra al proprio mouse. Insomma, l'attivismo vero, sociale, "duro e puro" è quello dei volontari del VIS, del WWF, di Greenpeace.

  3. grazie mattia, sono contenta ti sia piaciuto. trovo il tema molto interessante anche io, inoltre come scriveva luca, gli esempi sono davvero tanti :) il mio preferito è sparked!

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