Italiani: popolo di poeti, santi ed esperti di social media



#socialmediafail

#Epicfail, una parola (o meglio, un hashtag) che vediamo sempre più spesso. Ne abusiamo in continuazione, perché è epic appunto, non è un fail normale, è eclatante (o meglio, lo diventa).

Praticamente almeno una volta al giorno, spesso anche più di una, ci viene propinato l’erroraccio di questa o quella azienda, di questa o quella pagina, dello stagista/social media manager/community manager di turno.

Dai tweet per il terremoto ai cani in Ucraina, dalle offerte per le vacanze agli incontri con blogger ed influencer, passando per tutti i vari annessi e connessi, c’è sempre qualcuno che sbaglia. Ci deve essere sempre qualcuno che sbaglia, anche solo per la legge dei grandi numeri, o no?

Ora permettetemi di chiarire, prima di scrivere l’affermazione per la quale (probabilmente) vi scaglierete contro di me tra dieci secondi: diverse volte ritengo giustissimo che delle iniziative riprovevoli e INDIFENDIBILI (giusto per usare un paio di eufemismi) vengano stigmatizzate e i responsabili crocifissi in sala mensa (cit.). E spesso ho partecipato più o meno attivamente a queste “crociate 2.0” contro chi faceva un utilizzo sbagliatissimo di questi mezzi di comunicazione così potenti.

Ma altre volte, e qui potete smettere di leggere se avete capito l’antifona e non vi è piaciuta, ho pensato seriamente che le crisi siano frutto delle critiche e dei commenti scandalizzati di chi ha una certa reputazione in rete e (forse giustamente, per carità) la vuole sfruttare a suo vantaggio. Ho visto definire alcune azioni/campagne sciacallaggio. Verissimo, però c’è un però … mi permetto di citare testualmente dal dizionario:

“Sciacallaggio: Azione cinica compiuta a danno di chi è già in difficoltà”.

Penso che sia definibile come vero e proprio sciacallaggio anche quello operato da chi si arma della propria tastiera ed esegue una critica fine a se stessa (senza cioè offrire una strada percorribile per trovare una soluzione) per il semplice gusto di farlo, o peggio ancora per raccattare un po’ di traffico in più sul proprio blog.

Basta un errorino e, appena la notizia comincia a diffondersi, diventano tutti esperti di social media, tutti pronti a gridare allo scandalo e trasformarsi in quello che un mio caro amico scherzosamente definisce “il professoriello 2.0”.

E naturalmente la notizia si diffonde così rapidamente che anche una piccolezza può assumere le dimensioni di una vera e propria crisi, provocando danni. Con le conseguenze però amplificate all’inverosimile: i post sui blog (che uno, condiviso o commentato da tutti, già basterebbe) si moltiplicano come funghi e ad una velocità impressionante, i commenti sulle bacheche aumentano in modo esponenziale, e se il team non è preparato (come spesso succede) la direzione non può esimersi dal far cadere delle teste, anche solo per dare l’esempio. Anche perché gli strascichi durano mesi.

Avete capito dove voglio arrivare? Sono sempre stato favorevole al diritto di critica e alla libertà di esprimere la propria opinione, sono la quintessenza del ragionamento e le difenderò sempre a spada tratta, a patto però che siano costruttive. Se proprio dovete parlarne male fatelo, ma almeno analizzate il caso e suggerite, proponete una possibile soluzione.

E ancora, noi che con i social ci lavoriamo o quanto meno ci abbiamo a che fare ogni giorno, dovremmo sapere meglio di chiunque altro che i team (laddove esistono) o chi per essi sono parte di meccanismi che prevedono una persona a cui riferire e con la quale concordare le strategie. Provate a mettervi anche nei loro panni: un conto sarebbe cercare di affrontare qualche decina di utenti nell’arco di una giornata, ma concorderete con me che la questione diventa di tutt’altra portata quando quella giornata di tempo viene sostituita da una interminabile mezz’ora, e per di più è scattata una rivolta e quindi le decine diventano migliaia.

Quante volte avete pensato “non vorrei proprio essere nei panni del Community Manager di…”? Beh, sappiate che potreste aver dato il vostro contributo nel rincarare la dose del malcapitato di turno.

Un secondo tipo di “professoriello” (mi sono appropriato di questo termine e spero che chi l’ha coniato non se la prenda), quello a mio avviso più interessante, si manifesta ogni volta che una discussione non si limita allo scontro (o forse sarebbe meglio dire tiro al bersaglio) con l’azienda responsabile, ma avviene tra gli addetti ai lavori stessi.

Generalmente questo tipo di discussioni prendono una questione che sarebbe di poco conto, un evento, un’iniziativa in buona fede, un errore inconsapevole, o meglio ancora il classico segreto di Pulcinella, e li trasformano subito in una specie di guerra civile. Polemiche infinite, fiumi di inchiostro virtuale consumato sui blog, epiteti poco graditi tra gli addetti ai lavori… ma attenzione, non sto dicendo questo tipo di confronti sia inutile, anzi penso esattamente il contrario.

Come dicevo qualche giorno fa in uno scambio di tweet con alcuni diretti interessati, queste occasioni sono infatti interessantissime. Non tanto per l’argomento in sé, ma perché dall’esterno ci si può divertire ad osservare le reazioni e le risposte degli esponenti delle varie fazioni.

Qualcuno fa il furbetto e se ne approfitta, qualcun altro fa partire una specie di guerra santa contro un suo collega, e poi ci sono i miei preferiti, i pessimisti ad un livello che nemmeno Leopardi, quasi apocalittici, che tirano in ballo lo IAB, i ministeri, l’AgCom, la CIA e l’FBI le quali, sfruttando l’allineamento propizio dei pianeti, pensano solo a fortificare le loro posizioni di monopolio a spese degli ignari utenti (o utOnti?).

Il crescendo è più o meno come in questo spezzone di Scrubs (diciamo dal secondo 24 in poi):

Mi vorrei rivolgere allora ai soliti noti ma anche a chi, come me, per cercare di farsi strada in questa giungla ed usare in modo utile i social, magari per trovare un lavoro, si diverte a scrivere su un blog e cerca di rubare un po’ di mestiere a chi ritiene più esperto di lui. Cerchiamo di prenderci un po’ meno sul serio, non scateniamo una tragedia per qualsiasi cosa, ma soprattutto (e qui chiudo il cerchio) pensiamo un po’ meno agli #epicfail e un po’ di più agli #epicwin.

Se continuiamo a fare i “terroristi” avremo ragione a lamentarci che le aziende non puntano sui social, perché saremo i primi a scoraggiarle distruggendole in tre secondi al primo errore. Mostriamo loro invece che, a saperli usare, i social sono una risorsa preziosissima.

O volete andare tutti a fare il guru come il maestro Pazzaglia? Qualcuno disposto a mandarvici si trova sempre :)

PS: mentre leggevate questo post, sicuramente da qualche parte è avvenuta una conversazione del genere:

A: “Tu non sai chi sono io!”
B: “Chissene, c’ho 72 di klout”
A: “Ma io ho 15mila follower, ho più influenza”
B: “Io ho 39 di febbre, l’influenza maggiore è mia”
A: “Come ti permetti, ti querelo!”
B: “Vai a fare il guru!”

Luigi Ferrara



Commenti

(1)
  1. Condivido pienamente il tema, la facilità d'uso dei social ha reso imprudenti alcune aziende e spavaldi molti presunti esperti che si credono tali grazie a un uso intensivo dei mezzi, mentre la strategia digitale è un'altra cosa, come ho scritto qui: http://internetmanagerblog.com/2011/10/17/strateg

    La maturazione di questo settore e la comprensione che il social è una parte di un ecosistema più vasto sta lentamente prendendo piede, ma siamo ancora lontani da una visione di insieme come quella che tratteggio qui: http://internetmanagerblog.com/2012/06/19/strateg….

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