La politica italiana, in ballottaggio tra FB e TV



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Grosso modo, questo post è una serie di prevedibili luoghi comuni con un finale di quelli che cercano di far riflettere. Poco male, tanto è domenica e nessuno leggerà.

Detto ciò, lo spunto per questa riflessione deriva da un recente evento mediatico di portata mondiale: Obama si è presentato agli uffici di Facebook a Palo Alto per rispondere a delle domande. Non per fare un comizio, non per leggere un foglietto davanti a delle telecamere.

Domande e risposte, che chiunque poteva fare: i dipendenti, la gente da casa, tutti. E che nessuno poteva censurare: anche domande difficili, impreviste, al presidente di un America che non sta certo affrontando un momento d’oro. Non dico che la cosa non potrebbe succedere in Italia. Potrebbe anzi accadere anche da noi, con le stesse probabilità che entro un anno una missione spaziale dell’Angola arrivi sulla luna.

Federico Rampini ci presenta una buona sintesi delle domande e delle risposte più interessanti, e si può chiaramente vedere che alcune di queste non erano certo accomodanti e “ruffiane”. E non mi risulta che Obama si sia rifiutato di rispondere solo perché chi poneva la domanda non gli stava simpatico. (Ma non ho visto tutta la diretta, quindi forse mi sbaglio, n.d.a.).

Si sa, Obama ha portato la comunicazione politica americana ad un altro livello. I Social Media oggi vengono largamente usati per monitorare e sensibilizzare, basti pensare all’iniziativa iVote per il midterm, della quale parlammo l’anno scorso. E l’ex sindaco di San Francisco sta scrivendo un libro sulla politica ed il web, per dire. Non so se la Moratti, Cofferati o Alemanno lo faranno, non credo.

Ed in America non sono solo i politici ad aver capito che la risposta è il web 2.0. Pare che anche Gesù se ne sia convinto. Almeno stando alle parole dell’evangelista Franklin Graham, che si dice certo che la seconda venuta del Cristo troverà grande risonanza su Facebook, Youtube e Twitter. Mah.

Torniamo seri e andiamo in Italia, cercando di partire dalle cose positive. Ci sono vari esempi di buona comunicazione, anche piuttosto creativi: di recente l’iniziativa dello staff del PD di Torino per la campagna elettorale di Piero Fassino, candidato sindaco alle comunali di maggio. Un’idea carina, un applicazione Facebook molto social e smart: scrivere dei post-it virtuali, dicendo cosa piace e cosa non piace della città. Il tutto poi entra nel mondo reale, trasformandosi in post-it veri e propri che vengono appiccicati alle fontanelle comunali, i cosiddetti “toret”.

E non centra molto col web, ma vorrei ricordare un’altra curiosa campagna, questa volta dell’UDC che mi era rimasta molto impressa, al di là delle simpatie politiche. Era il periodo d’oro dell’ambient/guerrilla marketing in Italia:

comunicazione politica web

Non male come concept creativo, vero? Peccato che poi Casini mi abbia telefonato un paio di volte, con un pietoso messaggino pre-registrato degno degli anni ’70.

Dunque, veniamo alla situazione generale della politica su Facebook: c’è un’interessante infografica, davvero ben fatta, realizzata da Stefano Epifani per Info.it. Presenta i risultati di uno studio molto valido, anche se non proprio confortante. Alcuni dati: solo un terzo dei deputati e dei sindaci sono in rete. Il 75% dei parlamentari posta qualcosa almeno una volta a settimana, ma solo il 55% interagisce rispondendo a domande e contenuti postati sui loro wall. Ed i sindaci ci deludono davvero: il 46% delle pagine istituzionali è fermo al 2009, mentre le pagine personali spesso sono usate solo per postare foto e link, con poco spazio all’interazione diretta. Ovviamente con qualche eccezione, tipo il sindaco di Bari Michele Emiliano, ben presente e attento al dialogo.

Altro dato importante (e prevedibilissimo) è che i giovani sanno usare meglio i nuovi media: il 64% degli amministratori locali under 30 è su Facebook, e più di due terzi di loro interagisce con la cittadinanza quotidianamente.

E alcuni politici hanno grandi risultati: basti pensare agli oltre 400 mila fan coi quali Niki Vendola si confronta ogni giorno, e più volte al giorno. Seguito da Berlusconi, Di Pietro, De Magistris. Poi la Carfagna, la Serracchiani. Ci provano insomma, ci provano in tanti.

Ma allora qual’è il problema? Force una risposta ce la può dare www.percheberlusconinonusafacebook.it, iniziativa di BloGuerrilla. Un progetto curioso, simpatico, nato il primo aprile di quest’anno, che ironizza sul motivo per cui Berlusconi non sia presente in prima persona sui social network. Senza andare a spoilerarvi le battute più carine (e tralasciando i risvolti sessuali) direi che se si potesse fare una media matematica del senso dei contributi, il risultato sarebbe: perché su Facebook c’è mancanza di controllo. Ed il controllo, invece, si può esercitare perfettamente nella comunicazione televisiva. A volte basta una telefonata.

La TV è sempre stata il medium per eccellenza della comunicazione politica, anche quando si vorrebbe cercare di innovare. Ricordate le primarie di Youdem.tv con l’abbinamento alle coppie di San Remo? (Non riesco a trovare immagini relative, ricordo solo che veniva postato su Facebook per essere sbeffeggiato, tanto triste era. Ma forse mi sbaglio, n.d.a.).

Restando al paragone con la TV, perché tanto in Italia non si scampa, vorrei rubare alcune interessanti riflessioni a Gabriele Cazzulini, collaboratore di Young Digital Lab, giornalista ed esperto di politica online. In questo suo post su Spinning Politics viene enfatizzato un concetto interessante: i nostri politici non devono comunicare, non ne hanno bisogno. Gli basta esibirsi. Venirsene fuori con dichiarazioni giornaliere, tanto per riempire inutili secondi nei TG e nei talkshow. Ed anche nei social networks replicano questa filosofia arrugginita: i politici spesso stanno in vetrina, distanti ed intoccabili, inattaccabili. Non li si può mettere in difficoltà con domande scomode: non ascoltano e non rispondono. Per lo più caricano le loro fotografie e annunciano gli eventi a cui partecipano. In compenso, aggiungo io, si auto-regalano tanti iPad, con i soldi dei finanziamenti ai partiti.

Ecco, per questo post non posso proprio evitare la chiusura più retorica e prevedibile al mondo: c’è bisogno di un confronto, di un dibattito, di un forum, di domande aperte. Non di trasmissioni televisive dove per due ore si litiga senza arrivare da nessuna parte, parlando tutti in contemporanea e non dicendo nulla, senza che nessuno “da fuori” possa partecipare. Dove le risposte sono già scritte su un foglietto di carta.

Ci sarebbe bisogno di modernità, di futuro, di investire nel nuovo. Invece abbiamo troppo spesso una comunicazione vecchia, che ci distanzia da “loro”, che ci fa solo incazzare. Non ci fa contenti e non ha effetto. Come una barzelletta che non fa ridere. Buona Pasqua.

Guido Ghedin



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