Patata sì, patata no



facebook viral app

C’è una campagna lanciata da Amica Chips che non può non far discutere. A partire dal titolo, Miss Patata, fino ad arrivare alle scelte sulla privacy, davvero discutibili. E allora, dato che una sola opinione in questi casi non basta, eccovi il ventaglio di opinioni offerte dal network YDL.

Partiamo da un articolo sul blog di Davide Basile (aka Kawakumi) che sulla campagna ha sollevato una questione fondamentale: il rispetto della privacy. Che riassume in poche righe: “Il problema di MissPatata è che io posso essere coinvolto nel gioco semplicemente perché qualcuno ha deciso di votarmi, SENZA volerlo e SENZA aver autorizzato l’app a farlo. Di più: per potermi poi eventualmente rimuovere, sono OBBLIGATO a loggarmi nell’app/sito e autorizzare l’accesso ai miei dati privati. E secondo me tutto questo non è corretto.” Kawakumi non discute la scelta concettuale donna = patata: “Non sono certo un moralista; però dico che cercare la viralità AD OGNI COSTO non è una via che mi piace percorrere (e far percorrere alle aziende per cui lavoro).” Tutto qui. Chiaro, no?

Stessa linea di pensiero per un esperto di media planning come Federico Gavazzi: “Essere “viral” sembra essere diventato l’unico modo per comunicare attraverso i social media. Ed un conto è la viralità guadagnata, un conto la viralità costruita. Per quanto mi riguarda sono contrario a forme di viralità artificiale: durano una fiammata, generano un breve talking value (o, a casa mia, chiacchiericcio) e non danno al brand un ritorno considerevole su lunga prospettiva.”

Anche Guido Ghedin insiste sul tema della viralità buona e quella cattiva: “Secondo me c’è da fare una distinzione di base: c’è la viralità comunicativa e la viralità tecnologica. La prima è genialità, creatività, furbizia. Come la metafora della patata: alla fine si diffonde perché, giusto o sbagliato, alla gente piace. Poi c’è la viralità tecnologica, ossia riguardante il mezzo, che si diffonde indipendentemente dall’idea, come il virus di una malattia o di un hacker. Detto ciò, secondo me la campagna di Amica Chips ha entrambe queste caratteristiche: la virilità “buona” e quella “cattiva”. E quella cattiva (tecnologica) a mio avviso purtroppo annebbia quella buona (ossia l’idea della patata, che per quanto tamarra è valida).”

E anche Michele Polico salva l’idea ma non la realizzazione: “Il posizionamento strategico di Amica Chips, a mio avviso sessista e censurabile, è però sicuramente di grande successo per un prodotto frivolo come la patata chips, allineato al posizionamento che il brand persegue con successo da 5 anni: a livello strategico, l’applicazione Miss Patata è perfettamente inquadrata…  però viola la privacy degli utenti! Ingannevole perfino il like button, che porta a diventare fan non di Miss Patata ma di Amica Chips.” (che ha 7,400 fan, n.d.r.). Quindi, giudizio finale? ”Facebook non dovrebbe consentire un simile utilizzo dei dati degli utenti, se fossi in loro bloccherei subito l’applicazione. E credo che per Amica Chips sarebbe tutt’altro che un danno (così come non è stato un danno quando il primo spot con Rocco Siffredi nel 2006 venne censurato).” La censura come strategia to go viral, insomma

L’opinione di Federico Gavazzi è però ancora più netta, e non si sente di salvare nulla: ”Di geniale nell’idea c’è molto poco: l’assunto in base a cui il canonico pelo di fi*a tira più di un carro di buoi è una verità storica da secoli. Ed il punto di forza del meccanismo credo sia proprio questo. Io penso che il problema di fondo sia la spasmodica ricerca della viralità fine a se stessa.”

privacy facebook

Marco Pezzano vede un collegamento tra il tono della campagna e la scelta sulla privacy: ”Il posizionamento è deliberatamente sopra le righe e politicamente scorretto, quindi non sorprende che si approcci con altrettanta superficialità il tema della privacy.”

Volete il parere di una donna? Ecco quello di Sara Paolucci: ”Sulla moralità o meno del gioco, che le donne vengano chiamate “patate”, non mi pronuncio per nulla. Siamo sinceramente abituate a molto peggio e in questo caso non vi trovo davvero nulla di offensivo. Mi viene però da dire che il limite sia stato largamente oltrepassato sul lato privacy: è un concetto astratto ma ha dei limiti ben definiti, anche se ci sono persone a cui la cosa non dia fastidio (semplicemente perché non si rendono conto della gravità). Anche nelle applicazioni più insignificanti la pubblicazione va sempre autorizzata. Rimanere “vittima” dell’applicazione non offende moralmente la nostra personalità online, ma fino a prova contraria viola il nostro diritto alla privacy. E, a mio avviso, applicazioni simili danno ragione alla puntata di Report, o a tutti i TG che – pur senza conoscerlo – demonizzano FB e la sua mancanza di rispetto per la privacy.”

E se guardassimo la cosa da un punto di vista “macchiavellico”, ossia solamente dal lato business? Ci pensa Federico Viganò: ”Forse Miss Patata ha deciso di spingersi al limite delle possibilità di Facebook in materia di privacy. Non è giusto farlo, ma è possibile. E se porta una visibilità maggiore è corretto rinunciarvi per le motivazioni di cui abbiamo parlato sopra? Rinunciare ad un possibile business in virtù del fatto che non mi va di giocare con il mio brand, arrivando al limite (sempre che ci si sia arrivati)? Voglio fare l’avvocato della “patata” e cercare di vedere la cosa in maniera oggettiva, lasciando fuori le mie convinzioni personali e guardando il business.”

E voi che ne pensate? Tira più un carro di buoi, la patata, la privacy o il ritorno economico?



Commenti

(1)
  1. Ciao Ragazzi
    Volevo segnalare che noi non abbiamo fatto nulla della campagna Social e che stiamo solo facendo la futura parte mobile.

    Idee e sviluppo di questa ottima campagna sono di Nerocreativo e Uncle Pear ;-)

    Ottimi comunque gli spunti dei colleghi Youngs
    Davide

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