
Non voglio fare un facile paragone tra me, costretto a casa con la febbre, e Facebook, in ottima salute. Potrà essere una buona o una cattiva notizia, ma pare proprio che il Like stia arrivando dappertutto, come un virus di stagione. E con like non intendiamo solo il bottone in sé, intendiamo l’enorme semplificazione che Facebook ha portato alle nostre vite, al nostro modo di pensare e valutare le cose.
Ricordate il ranking da 1 a 5 su Youtube? L’anno scorso se ne è andato, un po’ in sordina, per lasciare spazio ad un semplice Like – Not Like. Se si va a cercare nei forum, troviamo puristi del Youtube vecchio stampo che vorrebbero indietro l’arcaico sistema di rating, per poter mettere un bel 3 su 5 ad un video, al posto di un semplice mi piace o non mi piace. Molti di voi diranno che comunque la maggior parte della gente o metteva 5 stelle o ne metteva una, quindi le cose non cambiano di molto. Forse è vero, ma è una questione di principio: oggi è tutto ridotto alla logica binaria, 0 o 1, sì o no, like o not like.
Da una giovane startup nostrana come YepLike, basata proprio sul like-dislike, ad una realtà nostrana un po’ più grande, come OKNOtizie (di Virgilio, a sua volta di Telecom). Like o non like, bianco o nero, come aveva ben intuito il video-social network Funny or Die, fondato dai comici Will Ferrel e Adam McKaynel 2006: l’utente può sceglere tra “divertente” (funny) o “muori” (die), decretando con un sì o un no se salvare o meno il video. Che se non riceve almeno un 80% di “funny” finisce in una zona del sito chiamata “cripta”. Lasciamo i rating da 1 a 5, da 1 a 7 o da 1 a 10 ai siti per appassionati: il consumatore medio di social network vuole solamente poter dire sì o no.
Ma questa facebookizzazione ideologica non contagia solo i sistemi di ranking o di voto. Oramai sta coinvolgendo le strutture di tutti gli altri social networks, compresi i rivali diretti della creatura di Zuckerberg. Ad esempio, LinkedIn e Twitter.
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