Diesel porta il Facebook Like nella vita reale con i QR code

Negli ultimi tempi molti grandi brand si stanno dando da fare per portare Facebook nella vita reale, focalizzandosi in particolare sul concetto di Like. Hanno ben capito che ormai siamo tutti così drogati di Facebook che ci viene da mettere Mi piace su qualsiasi cosa, anche fuori dal Social Network.

Così, se le case automobilistiche propendono per i complessi RFID, c’è chi invece non disdegna i vecchi QR code. E’ il caso di Diesel.

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Pubblicità Comportamentale: l’advertising tracciato a misura d’utente

behavioral-advertising

La pubblicità comportamentale è il nuovo breaking point della comunicazione? Sembra di sì. Ci credono Google e Facebook in primis.

Fino a poco fa eravamo abituati alla Pubblicità Contestuale che, secondo l’Interactive Advertising Bureau, è una “pubblicità rivolta ad uno specifico individuo nel determinato momento in cui visita un sito web (…) usata anche dai motori di ricerca per visualizzare gli annunci pubblicitari sulle pagine dei risultati di ricerca a seconda delle parole chiave contenute nella ricerca dell’utente.”

La pubblicità contestuale si basa quindi sul contenuto della pagina web che l’utente sta visitando in un preciso momento. Facciamo un esempio: se un utente va su un sito di cinema e riceve della pubblicità contestuale come dei promo di nuove uscite cinematografiche, questi saranno indistinti rispetto al gusto dell’utente. Potrebbe capitargli il promo dell’ultimo film smielato di Jennifer Lopez quando invece è appassionato di Fantasy e Horror. Risultato? Un servizio inutile per l’utente e uno spreco di soldi per il cliente.

La pubblicità comportamentale elimina questo gap distinguendo gli utenti tra quelli che possono essere interessati ad un dato messaggio da quelli che non lo sono.

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Quanto valgono le facce, sul libro delle facce?

marketing su facebook

C’è chi ci mette il proprio cane. C’è chi ci mette i propri figli. C’è chi impazzisce con la creatività. C’è chi la cambia ogni giorno. C’è chi non se ne interessa, e lascia una sagoma grigia.

La foto profilo è il punto di massima esposizione nella nostra vita digitale. La possono vedere tutti: è su Google, è su qualsiasi sito con un social plugin. Non serve essere amici: basta avere una connessione internet, per guardare in faccia la gente. Quella che ci mette la faccia ovviamente.

Per questo, le foto profilo vanno trattate come un bene prezioso, dal punto di vista marketing. Ce ne sono tante: ognuno ne ha in media 26, e rappresentano il 10% dei 100 miliardi di foto su Facebook. Attirano l’attenzione: in media ogni foto profilo al mondo ha 3 like e 2 commenti (numeri provenienti da questa infografica di Pixable).

Sono talmente rappresentative del concetto di amicizia che c’è chi si tatua le foto profilo dei propri amici sul braccio (vedere la follia qui sotto). E non basta: pare anche che adesso prenderanno vita, trasformandosi in video (ovviamente serve un’applicazione apposita).

PS: in realtà il video è un fake! La bella hoax da mezzo milione di views non è altro che un’intelligente trovata di Pretty Social, azienda che produce gadget personalizzabili.. con le foto profilo dei nostri amici! Quindi rimaniamo in tema.

Insomma, per la comunicazione di brand, interagire con le profile pic significa visibilità, in ogni contesto. Volendo esagerare molto, l’entrare con successo nella foto profilo dei propri fan può paragonarsi ad una quarta di copertina, o a 30 secondi al Superbowl. È di sicuro un modo efficace di spargere un virus, forse più immediato di qualsiasi applicazione virale nei wall.

Da tutto ciò parte uno spunto per andare a pescare alcune campagne di marketing che hanno visto i brand impossessarsi di ciò che di più prezioso abbiamo nella social-sfera: la nostra faccia.

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Il marketing ego-friendly

facebook marketing

Ecco una verità che mai nessuno vi ha rivelato: Youtube, Myspace, iPhone.. i nomi di questi prodotti e servizi hanno dei prefissi che mettono in evidenza “io”, “tu”, la persona, il singolo, l’individuo. Perché nel mondo di oggi, cari lettori, nel mondo del web2.0 i veri protagonisti non sono le aziende, ma i consumatori.

Bene, dopo aver preso a picozzate il fondo del barile della banalità – esplorandone delle vette mai raggiunte – siamo pronti ad analizzare un trend del Social Media Marketing che mette letteralmente al centro  della comunicazione l’individuo. Forse (anzi no, di sicuro) giocando anche sull’esibizionismo che ogni persona, bene o male, manifesta nella propria vita “social” e “digital”. Continua a leggere

O2O: Quando l'Online si tuffa nell'Offline

Abbiamo visto l’altro giorno come sia possibile portare Facebook direttamente nell’Offline grazie agli RFID, ma non è certo solo questa l’unica tecnologia per farlo. Come insegna la Diesel Cam, è sufficiente un totem con accesso ad Internet ed un’idea ben congegnata per ottenere grandissima interazione da parte degli utenti.

Verso la fine dello scorso anno, Corona ha lanciato una campagna di O2O (Online-to-Offline) a dir poco geniale e di successo. Con il pretesto di voler diventare “The Most Liked Light Beer In America”, hanno installato un megaschermo in Times Square a New York che mostrava in tempo reale le foto caricate dai fan tramite l’apposita Applicazione. Inoltre, per avere la prova che la foto era stata effettivamente mostrata in piazza, l’utente poteva pubblicare sulla propria bacheca uno snapshot preso da una webcam che riprendeva proprio lo schermo.

Il risultato? In un mese di campagna, la Pagina di Corona è passata da 26.000 a 150.000 iscritti, per un totale di 3.000 foto caricate e mostrate sullo schermo.

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Progettare la conversazione su Facebook

Gestire la comunicazione aziendale nei social media e in particolare su Facebook non significa come alcune aziende credono e fanno inventarsi un po’ a casaccio i contenuti da postare giorno per giorno, ma significa progettare, e investire nella progettazione di una comunicazione continua che sia chiara, coerente con gli obiettivi aziendali, coerente con il posizionamento strategico del brand, coerente con i gusti e i desideri del pubblico cui ci si vuole rivolgere e infine di successo, vincente e performante.

Chiaramente la conversazione da sola non è sufficiente a raggiungere gli obiettivi su Facebook, che dipendono dall’integrazione delle 4 componenti di una strategia su Facebook:

  • cura e ottimizzazione della pagina e delle sue funzionalità
  • coerenza, progetto e creatività nella conversazione
  • realizzazione di applicazioni che ingaggino e fidelizzino gli utenti
  • investimento e ottimizzazione delle campagne di Facebook Advertising

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Renault, Opel e Hyundai portano il Facebook Like nella vita reale

utilizzare facebook offline

La maggior parte delle marche automobilistiche è particolarmente attenta ed innovativa quando si tratta di Social e nuove tecnologie. Basti pensare al caso di MINI Gataway di cui abbiamo parlato lo scorso anno.

Renault, Opel e Hyundai non sono da meno e hanno portato l’interazione con Facebook direttamente nell’Offline, grazie alla tecnologia RFID. Sulla scia del famoso Coca Cola Village, in tre diverse occasioni hanno permesso agli utenti di likare e condividere in tempo reale le loro automobili preferite.

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Delle parolacce nella comunicazione odierna

social media

Questo titolo dal sapore latineggiante e decisamente poco SEO-friendly vuole in realtà parlare di una campagna di Social Media marketing molto inteligente, giocata tutta sulla scelta del linguaggio. Quando si mette su carta un progetto di comunicazione online, identificare il “tono di voce” è sempre un passaggio obbligato. E nel 90% dei casi, come saprete benissimo, il cliente vuole “parlare ai giovani”. Il che può voler dire tutto e nulla. Come saprete benissimo.

Questa campagna ha scelto un tono, uno stile ed un modo di presentarsi a dir poco interessante. Osando, rischiando, e vincendo. Si può riassumere il tutto in uno dei tanti slogan che la campagna presenta: “Una brutta parola per una buona causa.” Tanti F*ck e tanti middle finger alzati al cielo per comunicare un messaggio semplice e positivo: essere gay è assolutamente normale.

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Mi fai un link? Un "mercato" da milioni di like

utilizzo facebook

Se vogliamo riflettere su come le persone usano Facebook e cercare di comprendere il valore di un Like, dobbiamo analizzare un’argomento particolare. Le pagine che creano e diffondono link banali sono un territorio spesso ignorato dai Social Media marketer, ma risultano essere una realtà imponente in Italia. Che presenta cifre davvero impressionanti.

Ogni giorno Facebook aggiunge valore all’interazione nei Social Media. Citiamo un recentissimo caso, la tragedia dei tornado nel sud degli States: per contare i dispersi, coordinare i soccorsi, semplicemente recuperare foto della propria casa distrutta, è nata una pagina che in pochi giorni ha raggiunto più di 60 mila like. E poi ci sono i continui update, dai Facebook Deals al Send Button. Gli ingegneri di Palo Alto portano avanti ogni giorno la barriera dell’innovazione digitale.

Ma se guardiamo alcune delle pagine Facebook di maggior successo in Italia, tutto questo bisogno di modernità ci sfugge. Tra Genio e Follia è un blog che prende citazioni di personaggi famosi, di quelle che si possono trovare ovunque: vecchie, banali, viste mille volte, copia-incollate. La Facebook page di Tra Genio e Follia supera di gran lunga i fan del politico italiano più popolare nel web, Niki Vendola. Stravince, 775 mila a 430 mila. Quasi un milione di fan, per un blog che presenta in homepage un bel tasto “Donazione”, non si capisce per cosa e per chi.

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La politica italiana, in ballottaggio tra FB e TV

social media politica

Grosso modo, questo post è una serie di prevedibili luoghi comuni con un finale di quelli che cercano di far riflettere. Poco male, tanto è domenica e nessuno leggerà.

Detto ciò, lo spunto per questa riflessione deriva da un recente evento mediatico di portata mondiale: Obama si è presentato agli uffici di Facebook a Palo Alto per rispondere a delle domande. Non per fare un comizio, non per leggere un foglietto davanti a delle telecamere.

Domande e risposte, che chiunque poteva fare: i dipendenti, la gente da casa, tutti. E che nessuno poteva censurare: anche domande difficili, impreviste, al presidente di un America che non sta certo affrontando un momento d’oro. Non dico che la cosa non potrebbe succedere in Italia. Potrebbe anzi accadere anche da noi, con le stesse probabilità che entro un anno una missione spaziale dell’Angola arrivi sulla luna.

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Who is Patrizia Pepe? Il Charlie Sheen "de noantri". Che si diverte un mondo

crisis management

Credo sia inutile raccontare ai nostri lettori cosa è successo ieri. Pare (pare) che tutto sia stato sollevato da un articolo di Ninjamarketing che evidenziava la spocchiosa e scorbutica serie di risposte date dal Social Media management del brand Patrizia Pepe, nel thread di commenti generato da una foto su Facebook che presentava una modella non esattamente obesa.

Che dietro la tastiera ci fosse uno stagista o il responsabile marketing, non cambia molto: come ha dimostrato il caso Kenneth Cole, non conta chi o perché abbia scritto quello che é stato scritto. Perlomeno non nell’immediato: quella che esce è la posizione ed il pensiero “ufficiale” del brand, e non ci sono scuse “ufficiali” che tengano.

Ma come ci ha insegnato la Croce Rossa americana, con un grande #epicwin generato dalle ceneri di un disastroso #fail, basta fare un passo indietro e riconoscere gli errori con umiltà ed autoironia, per chiudere anche le questioni più scivolose “a tarallucci e vino”.

facebook marketing

Invece la misteriosa stilista, in perenne crisi d’identità (vedi sopra), ha perso la pazienza. Per propria stessa ammissione (vedi sotto).

social media management

Questa specie di teatrino ha generato una giornata di polveroni infininiti. Da un lato gli esperti di Social Media, dall’altro un brand che sembrava divertirsi un casino a rispondere in malo modo ad un esercito di “twitterologi”. Ed usando spesso un un italiano non certo paragonabile a quello di Dante (si spera dovuto alla fretta nel dover rispondere anche all’ultimo degli sfigati, me compreso).

Ma vogliamo porre alcune domande: che conseguenze avrà o non avrà questo circo sul bilancio dell’azienda? Quanti dei milleduecento followers o dei 140 mila Facebook fan smetteranno di comprare abiti da sera perché sono stati disegnati da una stilista scorbutica e netiquettamente imperdonabile?

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Influenze di stagione: un virus chiamato "Like" ha contagiato anche LinkedIn!

facebook like

Non voglio fare un facile paragone tra me, costretto a casa con la febbre, e Facebook, in ottima salute. Potrà essere una buona o una cattiva notizia, ma pare proprio che il Like stia arrivando dappertutto, come un virus di stagione. E con like non intendiamo solo il bottone in sé, intendiamo l’enorme semplificazione che Facebook ha portato alle nostre vite, al nostro modo di pensare e valutare le cose.

Ricordate il ranking da 1 a 5 su Youtube? L’anno scorso se ne è andato, un po’ in sordina, per lasciare spazio ad un semplice Like – Not Like. Se si va a cercare nei forum, troviamo puristi del Youtube vecchio stampo che vorrebbero indietro l’arcaico sistema di rating, per poter mettere un bel 3 su 5 ad un video, al posto di un semplice mi piace o non mi piace. Molti di voi diranno che comunque la maggior parte della gente o metteva 5 stelle o ne metteva una, quindi le cose non cambiano di molto. Forse è vero, ma è una questione di principio: oggi è tutto ridotto alla logica binaria, 0 o 1, sì o no, like o not like.

Da una giovane startup nostrana come YepLike, basata proprio sul like-dislike, ad una realtà nostrana un po’ più grande, come OKNOtizie (di Virgilio, a sua volta di Telecom). Like o non like, bianco o nero, come aveva ben intuito il video-social network Funny or Die, fondato dai comici Will Ferrel e Adam McKaynel 2006: l’utente può sceglere tra “divertente” (funny) o “muori” (die), decretando con un sì o un no se salvare o meno il video. Che se non riceve almeno un 80% di “funny” finisce in una zona del sito chiamata “cripta”. Lasciamo i rating da 1 a 5, da 1 a 7 o da 1 a 10 ai siti per appassionati: il consumatore medio di social network vuole solamente poter dire sì o no.

Ma questa facebookizzazione ideologica non contagia solo i sistemi di ranking o di voto. Oramai sta coinvolgendo le strutture di tutti gli altri social networks, compresi i rivali diretti della creatura di Zuckerberg. Ad esempio, LinkedIn e Twitter.

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